martedì 10 giugno 2014

LiberAmore


LIBERAMORE

Arriva l'estate, anche se burocraticamente è ancora primavera. Arrivano i festival, la strada, le carovane e tornano puntuali le stesse riflessioni . Sono sensibile al tema, è indiscutibile. Appena sento parlare di amore libero, la maestrina che è in me sussulta e filosofeggia sulle parole.
Perché anche se libero, incondizionato, universale...sempre di amore deve trattarsi. Diverso dal trastrullarsi giocosamente saltando di uomo in uomo o di donna in donna o di uomo in donna, senza legami di alcun tipo e senza cura.
Cura.
Questa parola mi piace moltissimo e mi risuona dentro forte da quando sono piccola. Da quando leggevo Don Lorenzo Milani obbiettare contro il servizio militare incitando i giovani a considerarsi tutti l'unico responsabile di tutto, dal momento che 'l'obbedienza non è più una virtù ma la più turpe delle tentazioni'.Da quando leggevo di quel “I care” dipinto a grandi lettere sulle mura della scuola di Barbiana. Mi importa.
A me importa.
Di ogni essere con cui condivido il cammino. E voglio prendermi cura. Sono femmina, d'altronde, e gira voce che sia il nostro compito.
Imparo da poco a prendermi cura degli oggetti che ho sempre trascurato. So che devo prendermi cura anche di me e anche lì sono in cammino. Prendermi cura degli altri è quello che dicono mi riesce bene. Incondizionatamente.
I figli a cui ho dato luce sono un'ottima scuola. Respirare e aspettare prima di consigliare, di dire 'non è niente' , o 'si fa così ', cancellare il giusto e lo sbagliato e imparare a vedere le persone che sono, dietro l'etichetta i 'miei' figli. Che miei non sono di certo. Come non può essere mio l'uomo che amo in questo momento. Non è mio il cane che ospito. Non è mia la terra che accudisco.
Ma me ne prendo cura.
Mi sento responsabile del loro stare bene.
Sento che la mia cura è ciò che posso dare all'universo in cambio dei doni che ogni giorno ricevo.
Non è facile restare dentro alla fiducia. Impormi , fino a che diventa naturale, di vedere le persone al di là delle etichette, dei giudizi superficiali che sono tentata di dare, difficile riconoscere che i loro comportamenti , a volte dolorosi per me, 'non sono la mia bomba', come mi ha insegnato Ellika, grande maestra. Sono le loro ferite che parlano perché ho toccato qualcosa del lato oscuro, perché ci facciamo tutti da specchio.
Difficile non trasformare questo in un essere sempre disponibile cancellando i propri bisogni. Restare ad accogliere un pianto di un figlio o una richiesta di un genitore, o la rabbia di un uomo, restando amorevole ma dicendo 'No'. Ti amo, ti accolgo, ma questo per me non va bene.
E' un duro lavoro.
E per questo quando sento dare nome di libero amore a quello che è libero sesso, mi intristisco un po'.
Non confondete la libertà col desiderio di non essere coinvolti.
Quando si ama sì è coinvolti e nessuno è solo. Non ci si gira dall'altra parte dopo l'orgasmo e ognuno per la sua strada. Nulla di male in questo. Anche io ho Venere nello Scorpione :-) .
Ma è un'altra cosa.
E mi accorgo di scrivere questo non come donna 'coinvolta', come l'anno scorso. Mi sento come la donna anziana che parla ai giovani...sento che i capelli bianchi iniziano a fare effetto, sento di dovere dare l'esempio, scrivere nuove storie, cantare nuove canzoni e inventare una nuova mitologia che porti immagini diverse a cui ispirarsi.
Perché le parole sono realtà, vibrano e cambiano il mondo come i pensieri a cui sono legate e allora se racconto ai miei figli sempre la storia del principe e della principessa....o canto 'u cunigghio' che speranza ho di fare la rivoluzione?

…. E chi mi ama mi segua !

lunedì 30 settembre 2013

Educazione pregiudizievole

Una bella foto di mio figlio mi saluta stamattina dal web. Un “fotografo dilettante,giornalista professionista”,come Sebastiano si definisce nella sua pagina, lo ha immortalato ieri alla manifestazione di Palermo mentre sventolava la bandiera NoMuos. Al vederla sorrido, ricordando l’entusiasmo che Artù aveva nello sventolare e nel fare sentire la sua voce. Ma, una frazione di secondo dopo, un altro sentimento mi pervade: mi sento vulnerabile. Mi viene in mente la dicitura “educazione pregiudizievole” con cui è stato etichettato il cammino che una cara amica condivide con suo figlio. E mi torna il desiderio ,che mi  ha seguito in questi mesi di viaggi e vagabondaggi, di nascondermi, di farmi Carbonara.
Mi torna in mente quando ai giardinetti qualcuno ha chiamato i vigili urbani perché Arturo e Cosimo giocavano scalzi; rivivo nel ricordo le avventure della mia compagna di viaggio a cui hanno minacciato di levare la patria potestà della figlia per averla portata a campeggiare nella natura, in un posto ‘senza infrastrutture’; risento la voce del carabiniere che a Nicosia, fermato il nostro furgoncino ‘per un controllo’, sussurra al collega “E se questi bambini fossero rapiti?” e che, quando faccio notare che stiamo semplicemente in vacanza, mi rivolge sprezzante un “Ah! perché, lavori?”. Non è pregiudizievole dare del tu a una donna di 40 anni, con due figli, basandosi sul mezzo di trasporto, gli abiti, i volti dei compagni di viaggio?
Quando cammino per Piazza Duomo tutti mi danno del Lei e non mettono in dubbio il legame materno con i miei figli.
Ho messo al mondo Arturo e Cosimo nell’ambiente sereno e sicuro della loro casa, li ho  allattati a richiesta, li ho integrati in tutti gli aspetti della nostra vita da sempre e mi occupo ,insieme al padre e a tutta la comunità, della loro istruzione che giudico parte integrante dell’educazione e quindi di competenza familiare.I miei figli vivono i valori della mia famiglia.E questo viene considerato pregiudizievole.

Ho visto bambini di al massimo 8 anni essere a proprio agio la domenica in un centro commerciale, occupare il loro tempo passando da un rivenditore di telefonini all’altro,disquisire con competenza di tutte le caratteristiche di ogni apparecchio e sedarsi infine di fronte a un IPad (si scriverà così? ) in prova, felicemente inebetiti. Forse fanno così ogni domenica. Non è educazione pregiudizievole? Certo. Ogni famiglia trasmette i propri valori, le proprie abitudini ,competenze,credenze;  i bambini ci vedono vivere anche quando non ce ne accorgiamo.
Insegnare a un bimbo a camminare con le scarpe, a farsi il segno della croce, a non arrampicarsi sugli alberi se no cade, a non correre se no gli viene il raffreddore, a non giocare nel fango se no si sporca, a mangiare le merendine della Nestlè, a mangiare la carne, a non salire sullo scivolo partendo dal basso, a non contraddire  la maestra, a obbedire….tutto questo è pregiudizievole.
Si basa sul giudizio,personale come ogni giudizio,del precettore. Il quale però, nella nostra società,ha la sorte di essere accompagnato da milioni di individui che condividono questo PRE- giudizio e quindi si sente autorizzato a definirsi GIUSTO. E a usare l’indicativo. Non si cammina a piedi scalzi. Ipse dixit.
Ecco forse è solo una questione grammaticale …J Il cuore del problema sta nell’indicativo, il tempo della certezza. Sta nel far credere ai nostri figli che non c’è scelta , che… ‘altrimenti ci arrabbiamo’.
Chissà se il bambino del centro commerciale sa che potrebbe aver voglia di fare le corse con i carrelli dentro al supermercato ,come i miei figli; chissà se glielo permetterebbero,chissà se è più libero lui di fare ciò che fanno tutti o i miei bimbi che vivono cose diverse ma provano anche L’Ipad (quando lui lo molla!).
Credo che le più grandi soddisfazioni educative si hanno quando riusciamo a ricordarci di avere di fronte non reclute da addestrare ma persone con i propri gusti, sentimenti, paure e idee. Sì anche un bambino di 7 anni ha le sue idee personali, spesso più nobili delle nostre e ascoltarle è un dono.
Ieri durante il corteo, Artù mi ha mostrato un poliziotto che sorrideva e mi ha detto .”Gli ho fatto il saluto così (mima con la mano il saluto militare,n.d.a.)e mi ha sorriso.Perchè sai, mamma, io sono NoMuos, ma rispetto tutti”.
Rispettarli perché imparino a rispettare.
E comunque resta il fatto che se anche queste mie elucubrazioni possano convincere qualche sparuto lettore delle mie chiacchere, resta il fatto che noi mamme sole e controcorrente restiamo vulnerabili e l’educazione dei figli è il terreno su cui si gioca, ahimè, il bracciodiferro che ‘gli altri’ attuano per farci rientrare nei ranghi.

Tutti in fila per tre.

sabato 18 maggio 2013

Tutti i colori dell'arcobaleno


Viaggiando prendo appunti di scuola familiare, in testa e nel cuore, che il quaderno che avevo preparato per lo scopo resta sempre bianco.Viaggiando ci scolarizziamo sempre meno; le competenze si acquisiscono spontaneamente e il mio ruolo di educatrice si allontana sempre di più da quello di maestra.Il mio ruolo è decidere che vita fare. Più persone conosco, più stili di vita incontro più mi domando cosa voglio che vivano i miei figli e quale realtà voglio che considerino familiare.Oggi mi frulla in testa questo....


Gli spregiudicati non si lasciano più commuovere dall'amore e non investono in esso un briciolo di più di quello che si possono attendere di ritorno. Anche nelle esperienze che propugnano l'amore di gruppo,nelle comuni l'accento cade sempre più sui valori della comunione della fratellanza e l'amore viene ridotto a “fare l'amore”, mezzo per instaurarli praticamente.
Così,sia nel mondo della controcultura, sia nel mondo borghese non si crede più nell'amore,solo che mentre nel primo si cerca almeno di trasformarlo in dialogo umano nel secondo è già diventato uno scambio.
La sessualità in nome della quale il gioco continua perde il suo carattere di ebbrezza per diventare funzione fisiologica o meglio sistema di gratificazione e così impoverita sembra non riesca a tenere uniti gli uomini sempre più soli.

Tratto da" vivere in comune" di non mi ricordo chi

Ebbrezza....voglio che sperimentino ebbrezza nel vivere e nell'amare...ma come guidarli?

lunedì 23 luglio 2012

Onda su onda

E' estate e le onde del mare ci accarezzano e ci rendono più sopportabile il caldo. Ma mentre cerchiamo di rillassarci sulla spiaggia, cercando di connetterci col respiro di Madre Terra e radicarci, altre onde ci avvolgono e sicuramente non sono per il nostro corpo e per la nostra psiche il dolce effetto massaggiante di quelle marine

Copio un passo dal libro: Difendersi dall'elettrosmog Ulrich Kurt Dierssen Stefan Bronnle Terranuova Edizioni

"molto sorprendenti sono stati i risultati di due grandi studi epidemiologici, uno studio caso-controllo e uno studio di coorte prospettico, pubblicati nel 2000, che hanno mostrato su dati californiani, l'esistenza di una correlazione tra aborti spontanei e valori massimi di esposizione a campi magnetici.In particolare, mettendo in relazione il numero di aborti spontanei durante le prime 20 settimane di gravidanza in presenza di campi magnetici alternati di frequenza pari a 60 Hz, è stata trovata una relazione tra incidenza e valori di densità di flusso superiori a 1600 nanoTesla, misurati per mezzo di dosimetri personali. Non è stata invece scoperta nessuna rrelazione tra incidenza e livello medio di esposizione.In particolare il 75% delle donne erano esposte a punte di campo magnetico superiori a 1660nT e il 40% degli aborti spontanei risultavano associati a densità di flusso maggiori di tale soglia.Applicando questo risultato all'Austria, si ottine una stima di 5800 aborti spontanei l'anno.Per fare un confronto, l'austria registra circa 1000 morti l'anno a causa di incidenti di traffico."

Ho scelto un passo tra tanti,parlava di gravidanza e quindi era forse più in tema di altri ...
Gli studi a cui si fa riferimento sono questi :

Lee GM,neutra RR,Hristova L, Yost M, Hiatt RA a nested case control study of residential and personalmagnetic field measures and miscarriages Epidemiology 2002

Li DK, Odouli R,Wi s,Janevic T,Goldtich i, Bracken TD, Senior R,Rankin R,Iriye R A population-based prospective cohort study of personal exposure to magnetic fields during pregnacy and the risk of miscarriage Epidemiology 2002

Penso che per chi lavora attorno alla gravidanza sia una buona norma morale imparare a parlare di campi elettromagnetici alle donne incinte.

sabato 30 giugno 2012

Scuola familiare. imparare insieme


Mamma ma perché per andare dai nonni prendiamo sempre la nave?

Tutto inizia sempre da una domanda. Una curiosità che si accende all'improvviso, sembra, ma che cova da un po', il tempo di raccogliere dati, collegarli, vedere cosa manca per chiudere il cerchio.

Una domanda, si sa, tira l'altra. L'isola, la Sicilia, lo stretto.

Sulla carta geografica si seguono segni ancora troppo astratti. Non che non serva, ma non è abbastanza reale. Verrà conservata, lo so, in una allocazione di memoria fin quando, poi, un programma che ha bisogno proprio di quella informazione per poter girare, la scoverà e farà sovrapporre i segni con la terra che simboleggiano.

E' estate, vacanza, per chi va a scuola. Un tempo di autonomia come un altro, per noi. Dunque si parte. Destinazione: il duemari.

Io non ci sono mai stata: dunque è un viaggio di istruzione anche per me.

È da un po' che durante le attività quotidiane mi viene da tradurre in scolastichese ciò che stiamo vivendo. La probabilità di dover sostenere un esame di verifica mi induce a trovare una cornice adatta (e comprensibile a chi non condivide la nostra visione) per mostrare che le nostre esperienze sono apprendimento. Nonostante siano mescolate nella vita di tutti i giorni e siano sempre divertenti. Nonostante siano l'esatto opposto della scuola. Anzi proprio per questo, ma non glielo facciamo notare.

Così da insegnante mi chiedo, tra il serio e il faceto, e ora che materia stiamo svolgendo?
Credo proverò a tenere un diario.
In questi tre giorni abbiamo (questo è banale) studiato geografia. Nessuna lezione. Dove andiamo? A Nord. Orientamento. E quella terra che vediamo cos'è? La Calabria. Si può andare a nuoto? Quanto è distante? Ci sono gli squali? I pesce spada ci sono sempre? Li pescano solo qui? Biologia. O nel linguaggio delle scuole basse, scienze.

Perché lo chiami sempre il due mari? Oceanografia. Le correnti. Letteratura. Il duemari. Lo Scill'e Cariddi. Perché io sono qui sulle orme di 'Ndria Cambrìa, con la testa piena di suggestioni letterarie.

Camminando lungo il profilo della terra....”Mamma! Ma perché qui non si vede più la Calabria?” È proprio tutto lì il senso...è questa magia che siamo venuti a inseguire e forse mi sembra di aver barato un po', io lo sapevo da prima che andavamo incontro a questo. Ma perché allora ha funzionato lo stesso? Perché la mia emozione è autentica. Perché sto facendo una cosa che piace a me; perché esploro per davvero, per il gusto di esplorare e non perché 'devo mostrargli lo stretto'. E loro dunque seguono il mio cuore.

Il due mari. Camminando sulla spiaggia, il corpo ricorderà... la sabbia che diventa gradualmente riva di sassi, il blu che diventa verde, il freddo gelido che diventa tiepido. E, a mare, quella linea netta, ben visibile, tratteggiata di vortici, un susseguirsi di figure di interferenza. Come faceva Ciccina Circè, di notte, con la sua barchetta, a dimenarcisi, mi chiedo.



Loro seguono il mio cuore e io seguo il loro. La loro autentica curiosità e il loro stupore mi fanno infine affezionare al Pilone (che ci insegna le parole archeologia industriale, Signora Maestra, e qualche concetto sull'elettricità e la sua trasmissione) che, se fosse stato per me, non avrebbe suscitato grande ammirazione. Ma Arturo lo vuol vedere da tutte le angolazioni, di giorno e con il buio,andarci sotto, vorrebbe arrampicarcisi, ci si fa fotografare insieme e lo vuol fotografare tutto, dovendo per questo 'per forza' imparare le leggi della prospettiva, lottando per un tempo abbastanza lungo con l'impossibilità di farcelo entrare tutto nella foto, da così vicino, e risolvendo per fare tre foto che poi vorrà comporre a casa.

A proposito di foto,il parco letterario Horcynus Orca ci ha regalato una bella mostra fotografica e una mostra di arte contemporanea che Arturo e Cosimo hanno preferito alla sala museale di esposizione permanente che normalmente viene suggerita come percorso didattico per i bambini (a me invece l'algario è piaciuto tantissimo). Ma questo già non fa più parte dei programmi scolastici. Guardar fotografie. Opere d'arte contemporanee. Solo perché son belle. Senza che ci sia uno scopo. Educazione all'immagine?
Educazione alla bellezza? Percorso didattico tra le emozioni? Traduzione di sentimenti?

Così come non potremmo mettere nel nostro programma scolastico le ore passate a osservar sassi. Bellissimi. “Orati”, dice Arturo, e siccome non mi chiede di cosa son fatti (che comunque non saprei rispondere) restano “orati” perché son veramente magici ed è bello che lo restino. Mentre per Cosimo quelli bianchi bianchi sono i migliori. E comunque fanno sorgere un dubbio: “Mamma come si riconosce una pietra focaia?” Ahimè non lo so... Ma vedo che tra tutte le suggestioni e meraviglie di questo viaggio l'attenzione di Arturo è in massima parte attratta dalla voglia di montare da sé la tenda, dal prepararsi da solo un giaciglio accogliente, da come risolvere pacificamente le nostre relazioni con le formiche, preservando il nostro cibo.... insomma le cose serie della vita!
Le cose serie della vita, i giochi, le favole, le cose di bimbi, Cola Pesce e Scilla che proprio su quella spiaggetta lì conobbe Glauco e i miei bimbi accolgono la scoperta con estrema serietà perché le favole son serie.

E su quella bandiera cosa c'è scritto? No al ponte. Che ponte? Perché?
Tante cose nuove, tra una granita e l'altra, dopo un giro in giostra e un tuffo a mare. Fluendo insieme a tutto il resto e facendo sembrare un nulla quello che invece, scritto qui, sembra un monte di roba. Certo, lo sarebbe, se ci fossimo messi in testa di impararlo apposta. Ma non ce ne siamo quasi accorti.

Tante domande e osservazioni che non si possono scrivere tutte. Io quello che ho sperimentato e ho riscoperto, visto che già ci credevo prima, è l'impossibilità di dare un ordine al sapere. Discriminare tra cosa è importante e cosa no. Cosa è degno d'attenzione e cosa di seconda scelta. Dipende, da me da te, da quando...

E c'è sempre l'imprevedibile, tanto che, scendendo dalla macchina, al rientro a casa, correndo ad abbracciare papà, Arturo come prima cosa grida : “Papà! Abbiamo visto tanti topi!”. Che ahimè è vero e mi risuona dentro quella domanda a cui non ho saputo dar risposta: “Perché è tanto sporco?”.

giovedì 18 novembre 2010

Scuola

"Nelle scuole dove spesso intervengo, gli insegnanti sono come delle bottiglie di latte e gli alunni come i bicchieri vuoti allineati. L'insegnamento consiste nel versare il latte nei bicchieri. Al momento dell'esame il latte viene riversato nella bottiglia. Alla fine ci troviamo con trenta bicchieri sporchi e una bottiglia di latte vomitato."

Marshall Rosenberg 'Preferisci avere ragione o essere felice?'


venerdì 12 novembre 2010

Pensare col corpo

In cinta.

In greco il fatto di essere incinta si può tradurre con "essere legata", e partorire con "essere slegata".


I greci, al momento della nascita, slacciavano le corde, le cinture, le fibbie e aprivano le porte, le serrature, gli scrigni.

Il simbolismo del cordone da tagliare, del legaccio da slegare è talmente evidente al momento del parto che solo una società come la nostra, così disturbata nella sua vita simbolica, può non sentire l'aspetto odioso che c'è nel bloccare, o più precisamente nell'"ammanettare" come una prigioniera la donna che partorisce.

Le si chiede anche di trattenere le grida e di frenare le proprie emozioni! Si chiede al guerriero di trattenere il suo grido di energia? Questa barbarie medica disturba non solo il processo della nascita, ma l'intera funzione simbolica: come facciamo a lasciare che il nostro bambino nasca, cresca e si distacchi quando noi stesse siamo trattenute, legate e imbavagliate per farlo nascere? Come non diventare frigida quando l'immensa energia sessuale ed emotiva della nascita è trattata come qualcosa di inaccettabile?

G. Paris

Dal libro “Hermes e Dioniso”


copio e incollo da www.pensarecolcorpo.com