martedì 10 giugno 2014

LiberAmore


LIBERAMORE

Arriva l'estate, anche se burocraticamente è ancora primavera. Arrivano i festival, la strada, le carovane e tornano puntuali le stesse riflessioni . Sono sensibile al tema, è indiscutibile. Appena sento parlare di amore libero, la maestrina che è in me sussulta e filosofeggia sulle parole.
Perché anche se libero, incondizionato, universale...sempre di amore deve trattarsi. Diverso dal trastrullarsi giocosamente saltando di uomo in uomo o di donna in donna o di uomo in donna, senza legami di alcun tipo e senza cura.
Cura.
Questa parola mi piace moltissimo e mi risuona dentro forte da quando sono piccola. Da quando leggevo Don Lorenzo Milani obbiettare contro il servizio militare incitando i giovani a considerarsi tutti l'unico responsabile di tutto, dal momento che 'l'obbedienza non è più una virtù ma la più turpe delle tentazioni'.Da quando leggevo di quel “I care” dipinto a grandi lettere sulle mura della scuola di Barbiana. Mi importa.
A me importa.
Di ogni essere con cui condivido il cammino. E voglio prendermi cura. Sono femmina, d'altronde, e gira voce che sia il nostro compito.
Imparo da poco a prendermi cura degli oggetti che ho sempre trascurato. So che devo prendermi cura anche di me e anche lì sono in cammino. Prendermi cura degli altri è quello che dicono mi riesce bene. Incondizionatamente.
I figli a cui ho dato luce sono un'ottima scuola. Respirare e aspettare prima di consigliare, di dire 'non è niente' , o 'si fa così ', cancellare il giusto e lo sbagliato e imparare a vedere le persone che sono, dietro l'etichetta i 'miei' figli. Che miei non sono di certo. Come non può essere mio l'uomo che amo in questo momento. Non è mio il cane che ospito. Non è mia la terra che accudisco.
Ma me ne prendo cura.
Mi sento responsabile del loro stare bene.
Sento che la mia cura è ciò che posso dare all'universo in cambio dei doni che ogni giorno ricevo.
Non è facile restare dentro alla fiducia. Impormi , fino a che diventa naturale, di vedere le persone al di là delle etichette, dei giudizi superficiali che sono tentata di dare, difficile riconoscere che i loro comportamenti , a volte dolorosi per me, 'non sono la mia bomba', come mi ha insegnato Ellika, grande maestra. Sono le loro ferite che parlano perché ho toccato qualcosa del lato oscuro, perché ci facciamo tutti da specchio.
Difficile non trasformare questo in un essere sempre disponibile cancellando i propri bisogni. Restare ad accogliere un pianto di un figlio o una richiesta di un genitore, o la rabbia di un uomo, restando amorevole ma dicendo 'No'. Ti amo, ti accolgo, ma questo per me non va bene.
E' un duro lavoro.
E per questo quando sento dare nome di libero amore a quello che è libero sesso, mi intristisco un po'.
Non confondete la libertà col desiderio di non essere coinvolti.
Quando si ama sì è coinvolti e nessuno è solo. Non ci si gira dall'altra parte dopo l'orgasmo e ognuno per la sua strada. Nulla di male in questo. Anche io ho Venere nello Scorpione :-) .
Ma è un'altra cosa.
E mi accorgo di scrivere questo non come donna 'coinvolta', come l'anno scorso. Mi sento come la donna anziana che parla ai giovani...sento che i capelli bianchi iniziano a fare effetto, sento di dovere dare l'esempio, scrivere nuove storie, cantare nuove canzoni e inventare una nuova mitologia che porti immagini diverse a cui ispirarsi.
Perché le parole sono realtà, vibrano e cambiano il mondo come i pensieri a cui sono legate e allora se racconto ai miei figli sempre la storia del principe e della principessa....o canto 'u cunigghio' che speranza ho di fare la rivoluzione?

…. E chi mi ama mi segua !

lunedì 30 settembre 2013

Educazione pregiudizievole

Una bella foto di mio figlio mi saluta stamattina dal web. Un “fotografo dilettante,giornalista professionista”,come Sebastiano si definisce nella sua pagina, lo ha immortalato ieri alla manifestazione di Palermo mentre sventolava la bandiera NoMuos. Al vederla sorrido, ricordando l’entusiasmo che Artù aveva nello sventolare e nel fare sentire la sua voce. Ma, una frazione di secondo dopo, un altro sentimento mi pervade: mi sento vulnerabile. Mi viene in mente la dicitura “educazione pregiudizievole” con cui è stato etichettato il cammino che una cara amica condivide con suo figlio. E mi torna il desiderio ,che mi  ha seguito in questi mesi di viaggi e vagabondaggi, di nascondermi, di farmi Carbonara.
Mi torna in mente quando ai giardinetti qualcuno ha chiamato i vigili urbani perché Arturo e Cosimo giocavano scalzi; rivivo nel ricordo le avventure della mia compagna di viaggio a cui hanno minacciato di levare la patria potestà della figlia per averla portata a campeggiare nella natura, in un posto ‘senza infrastrutture’; risento la voce del carabiniere che a Nicosia, fermato il nostro furgoncino ‘per un controllo’, sussurra al collega “E se questi bambini fossero rapiti?” e che, quando faccio notare che stiamo semplicemente in vacanza, mi rivolge sprezzante un “Ah! perché, lavori?”. Non è pregiudizievole dare del tu a una donna di 40 anni, con due figli, basandosi sul mezzo di trasporto, gli abiti, i volti dei compagni di viaggio?
Quando cammino per Piazza Duomo tutti mi danno del Lei e non mettono in dubbio il legame materno con i miei figli.
Ho messo al mondo Arturo e Cosimo nell’ambiente sereno e sicuro della loro casa, li ho  allattati a richiesta, li ho integrati in tutti gli aspetti della nostra vita da sempre e mi occupo ,insieme al padre e a tutta la comunità, della loro istruzione che giudico parte integrante dell’educazione e quindi di competenza familiare.I miei figli vivono i valori della mia famiglia.E questo viene considerato pregiudizievole.

Ho visto bambini di al massimo 8 anni essere a proprio agio la domenica in un centro commerciale, occupare il loro tempo passando da un rivenditore di telefonini all’altro,disquisire con competenza di tutte le caratteristiche di ogni apparecchio e sedarsi infine di fronte a un IPad (si scriverà così? ) in prova, felicemente inebetiti. Forse fanno così ogni domenica. Non è educazione pregiudizievole? Certo. Ogni famiglia trasmette i propri valori, le proprie abitudini ,competenze,credenze;  i bambini ci vedono vivere anche quando non ce ne accorgiamo.
Insegnare a un bimbo a camminare con le scarpe, a farsi il segno della croce, a non arrampicarsi sugli alberi se no cade, a non correre se no gli viene il raffreddore, a non giocare nel fango se no si sporca, a mangiare le merendine della Nestlè, a mangiare la carne, a non salire sullo scivolo partendo dal basso, a non contraddire  la maestra, a obbedire….tutto questo è pregiudizievole.
Si basa sul giudizio,personale come ogni giudizio,del precettore. Il quale però, nella nostra società,ha la sorte di essere accompagnato da milioni di individui che condividono questo PRE- giudizio e quindi si sente autorizzato a definirsi GIUSTO. E a usare l’indicativo. Non si cammina a piedi scalzi. Ipse dixit.
Ecco forse è solo una questione grammaticale …J Il cuore del problema sta nell’indicativo, il tempo della certezza. Sta nel far credere ai nostri figli che non c’è scelta , che… ‘altrimenti ci arrabbiamo’.
Chissà se il bambino del centro commerciale sa che potrebbe aver voglia di fare le corse con i carrelli dentro al supermercato ,come i miei figli; chissà se glielo permetterebbero,chissà se è più libero lui di fare ciò che fanno tutti o i miei bimbi che vivono cose diverse ma provano anche L’Ipad (quando lui lo molla!).
Credo che le più grandi soddisfazioni educative si hanno quando riusciamo a ricordarci di avere di fronte non reclute da addestrare ma persone con i propri gusti, sentimenti, paure e idee. Sì anche un bambino di 7 anni ha le sue idee personali, spesso più nobili delle nostre e ascoltarle è un dono.
Ieri durante il corteo, Artù mi ha mostrato un poliziotto che sorrideva e mi ha detto .”Gli ho fatto il saluto così (mima con la mano il saluto militare,n.d.a.)e mi ha sorriso.Perchè sai, mamma, io sono NoMuos, ma rispetto tutti”.
Rispettarli perché imparino a rispettare.
E comunque resta il fatto che se anche queste mie elucubrazioni possano convincere qualche sparuto lettore delle mie chiacchere, resta il fatto che noi mamme sole e controcorrente restiamo vulnerabili e l’educazione dei figli è il terreno su cui si gioca, ahimè, il bracciodiferro che ‘gli altri’ attuano per farci rientrare nei ranghi.

Tutti in fila per tre.

sabato 18 maggio 2013

Tutti i colori dell'arcobaleno


Viaggiando prendo appunti di scuola familiare, in testa e nel cuore, che il quaderno che avevo preparato per lo scopo resta sempre bianco.Viaggiando ci scolarizziamo sempre meno; le competenze si acquisiscono spontaneamente e il mio ruolo di educatrice si allontana sempre di più da quello di maestra.Il mio ruolo è decidere che vita fare. Più persone conosco, più stili di vita incontro più mi domando cosa voglio che vivano i miei figli e quale realtà voglio che considerino familiare.Oggi mi frulla in testa questo....


Gli spregiudicati non si lasciano più commuovere dall'amore e non investono in esso un briciolo di più di quello che si possono attendere di ritorno. Anche nelle esperienze che propugnano l'amore di gruppo,nelle comuni l'accento cade sempre più sui valori della comunione della fratellanza e l'amore viene ridotto a “fare l'amore”, mezzo per instaurarli praticamente.
Così,sia nel mondo della controcultura, sia nel mondo borghese non si crede più nell'amore,solo che mentre nel primo si cerca almeno di trasformarlo in dialogo umano nel secondo è già diventato uno scambio.
La sessualità in nome della quale il gioco continua perde il suo carattere di ebbrezza per diventare funzione fisiologica o meglio sistema di gratificazione e così impoverita sembra non riesca a tenere uniti gli uomini sempre più soli.

Tratto da" vivere in comune" di non mi ricordo chi

Ebbrezza....voglio che sperimentino ebbrezza nel vivere e nell'amare...ma come guidarli?

lunedì 23 luglio 2012

Onda su onda

E' estate e le onde del mare ci accarezzano e ci rendono più sopportabile il caldo. Ma mentre cerchiamo di rillassarci sulla spiaggia, cercando di connetterci col respiro di Madre Terra e radicarci, altre onde ci avvolgono e sicuramente non sono per il nostro corpo e per la nostra psiche il dolce effetto massaggiante di quelle marine

Copio un passo dal libro: Difendersi dall'elettrosmog Ulrich Kurt Dierssen Stefan Bronnle Terranuova Edizioni

"molto sorprendenti sono stati i risultati di due grandi studi epidemiologici, uno studio caso-controllo e uno studio di coorte prospettico, pubblicati nel 2000, che hanno mostrato su dati californiani, l'esistenza di una correlazione tra aborti spontanei e valori massimi di esposizione a campi magnetici.In particolare, mettendo in relazione il numero di aborti spontanei durante le prime 20 settimane di gravidanza in presenza di campi magnetici alternati di frequenza pari a 60 Hz, è stata trovata una relazione tra incidenza e valori di densità di flusso superiori a 1600 nanoTesla, misurati per mezzo di dosimetri personali. Non è stata invece scoperta nessuna rrelazione tra incidenza e livello medio di esposizione.In particolare il 75% delle donne erano esposte a punte di campo magnetico superiori a 1660nT e il 40% degli aborti spontanei risultavano associati a densità di flusso maggiori di tale soglia.Applicando questo risultato all'Austria, si ottine una stima di 5800 aborti spontanei l'anno.Per fare un confronto, l'austria registra circa 1000 morti l'anno a causa di incidenti di traffico."

Ho scelto un passo tra tanti,parlava di gravidanza e quindi era forse più in tema di altri ...
Gli studi a cui si fa riferimento sono questi :

Lee GM,neutra RR,Hristova L, Yost M, Hiatt RA a nested case control study of residential and personalmagnetic field measures and miscarriages Epidemiology 2002

Li DK, Odouli R,Wi s,Janevic T,Goldtich i, Bracken TD, Senior R,Rankin R,Iriye R A population-based prospective cohort study of personal exposure to magnetic fields during pregnacy and the risk of miscarriage Epidemiology 2002

Penso che per chi lavora attorno alla gravidanza sia una buona norma morale imparare a parlare di campi elettromagnetici alle donne incinte.

sabato 30 giugno 2012

Scuola familiare. imparare insieme


Mamma ma perché per andare dai nonni prendiamo sempre la nave?

Tutto inizia sempre da una domanda. Una curiosità che si accende all'improvviso, sembra, ma che cova da un po', il tempo di raccogliere dati, collegarli, vedere cosa manca per chiudere il cerchio.

Una domanda, si sa, tira l'altra. L'isola, la Sicilia, lo stretto.

Sulla carta geografica si seguono segni ancora troppo astratti. Non che non serva, ma non è abbastanza reale. Verrà conservata, lo so, in una allocazione di memoria fin quando, poi, un programma che ha bisogno proprio di quella informazione per poter girare, la scoverà e farà sovrapporre i segni con la terra che simboleggiano.

E' estate, vacanza, per chi va a scuola. Un tempo di autonomia come un altro, per noi. Dunque si parte. Destinazione: il duemari.

Io non ci sono mai stata: dunque è un viaggio di istruzione anche per me.

È da un po' che durante le attività quotidiane mi viene da tradurre in scolastichese ciò che stiamo vivendo. La probabilità di dover sostenere un esame di verifica mi induce a trovare una cornice adatta (e comprensibile a chi non condivide la nostra visione) per mostrare che le nostre esperienze sono apprendimento. Nonostante siano mescolate nella vita di tutti i giorni e siano sempre divertenti. Nonostante siano l'esatto opposto della scuola. Anzi proprio per questo, ma non glielo facciamo notare.

Così da insegnante mi chiedo, tra il serio e il faceto, e ora che materia stiamo svolgendo?
Credo proverò a tenere un diario.
In questi tre giorni abbiamo (questo è banale) studiato geografia. Nessuna lezione. Dove andiamo? A Nord. Orientamento. E quella terra che vediamo cos'è? La Calabria. Si può andare a nuoto? Quanto è distante? Ci sono gli squali? I pesce spada ci sono sempre? Li pescano solo qui? Biologia. O nel linguaggio delle scuole basse, scienze.

Perché lo chiami sempre il due mari? Oceanografia. Le correnti. Letteratura. Il duemari. Lo Scill'e Cariddi. Perché io sono qui sulle orme di 'Ndria Cambrìa, con la testa piena di suggestioni letterarie.

Camminando lungo il profilo della terra....”Mamma! Ma perché qui non si vede più la Calabria?” È proprio tutto lì il senso...è questa magia che siamo venuti a inseguire e forse mi sembra di aver barato un po', io lo sapevo da prima che andavamo incontro a questo. Ma perché allora ha funzionato lo stesso? Perché la mia emozione è autentica. Perché sto facendo una cosa che piace a me; perché esploro per davvero, per il gusto di esplorare e non perché 'devo mostrargli lo stretto'. E loro dunque seguono il mio cuore.

Il due mari. Camminando sulla spiaggia, il corpo ricorderà... la sabbia che diventa gradualmente riva di sassi, il blu che diventa verde, il freddo gelido che diventa tiepido. E, a mare, quella linea netta, ben visibile, tratteggiata di vortici, un susseguirsi di figure di interferenza. Come faceva Ciccina Circè, di notte, con la sua barchetta, a dimenarcisi, mi chiedo.



Loro seguono il mio cuore e io seguo il loro. La loro autentica curiosità e il loro stupore mi fanno infine affezionare al Pilone (che ci insegna le parole archeologia industriale, Signora Maestra, e qualche concetto sull'elettricità e la sua trasmissione) che, se fosse stato per me, non avrebbe suscitato grande ammirazione. Ma Arturo lo vuol vedere da tutte le angolazioni, di giorno e con il buio,andarci sotto, vorrebbe arrampicarcisi, ci si fa fotografare insieme e lo vuol fotografare tutto, dovendo per questo 'per forza' imparare le leggi della prospettiva, lottando per un tempo abbastanza lungo con l'impossibilità di farcelo entrare tutto nella foto, da così vicino, e risolvendo per fare tre foto che poi vorrà comporre a casa.

A proposito di foto,il parco letterario Horcynus Orca ci ha regalato una bella mostra fotografica e una mostra di arte contemporanea che Arturo e Cosimo hanno preferito alla sala museale di esposizione permanente che normalmente viene suggerita come percorso didattico per i bambini (a me invece l'algario è piaciuto tantissimo). Ma questo già non fa più parte dei programmi scolastici. Guardar fotografie. Opere d'arte contemporanee. Solo perché son belle. Senza che ci sia uno scopo. Educazione all'immagine?
Educazione alla bellezza? Percorso didattico tra le emozioni? Traduzione di sentimenti?

Così come non potremmo mettere nel nostro programma scolastico le ore passate a osservar sassi. Bellissimi. “Orati”, dice Arturo, e siccome non mi chiede di cosa son fatti (che comunque non saprei rispondere) restano “orati” perché son veramente magici ed è bello che lo restino. Mentre per Cosimo quelli bianchi bianchi sono i migliori. E comunque fanno sorgere un dubbio: “Mamma come si riconosce una pietra focaia?” Ahimè non lo so... Ma vedo che tra tutte le suggestioni e meraviglie di questo viaggio l'attenzione di Arturo è in massima parte attratta dalla voglia di montare da sé la tenda, dal prepararsi da solo un giaciglio accogliente, da come risolvere pacificamente le nostre relazioni con le formiche, preservando il nostro cibo.... insomma le cose serie della vita!
Le cose serie della vita, i giochi, le favole, le cose di bimbi, Cola Pesce e Scilla che proprio su quella spiaggetta lì conobbe Glauco e i miei bimbi accolgono la scoperta con estrema serietà perché le favole son serie.

E su quella bandiera cosa c'è scritto? No al ponte. Che ponte? Perché?
Tante cose nuove, tra una granita e l'altra, dopo un giro in giostra e un tuffo a mare. Fluendo insieme a tutto il resto e facendo sembrare un nulla quello che invece, scritto qui, sembra un monte di roba. Certo, lo sarebbe, se ci fossimo messi in testa di impararlo apposta. Ma non ce ne siamo quasi accorti.

Tante domande e osservazioni che non si possono scrivere tutte. Io quello che ho sperimentato e ho riscoperto, visto che già ci credevo prima, è l'impossibilità di dare un ordine al sapere. Discriminare tra cosa è importante e cosa no. Cosa è degno d'attenzione e cosa di seconda scelta. Dipende, da me da te, da quando...

E c'è sempre l'imprevedibile, tanto che, scendendo dalla macchina, al rientro a casa, correndo ad abbracciare papà, Arturo come prima cosa grida : “Papà! Abbiamo visto tanti topi!”. Che ahimè è vero e mi risuona dentro quella domanda a cui non ho saputo dar risposta: “Perché è tanto sporco?”.

giovedì 18 novembre 2010

Scuola

"Nelle scuole dove spesso intervengo, gli insegnanti sono come delle bottiglie di latte e gli alunni come i bicchieri vuoti allineati. L'insegnamento consiste nel versare il latte nei bicchieri. Al momento dell'esame il latte viene riversato nella bottiglia. Alla fine ci troviamo con trenta bicchieri sporchi e una bottiglia di latte vomitato."

Marshall Rosenberg 'Preferisci avere ragione o essere felice?'


venerdì 12 novembre 2010

Pensare col corpo

In cinta.

In greco il fatto di essere incinta si può tradurre con "essere legata", e partorire con "essere slegata".


I greci, al momento della nascita, slacciavano le corde, le cinture, le fibbie e aprivano le porte, le serrature, gli scrigni.

Il simbolismo del cordone da tagliare, del legaccio da slegare è talmente evidente al momento del parto che solo una società come la nostra, così disturbata nella sua vita simbolica, può non sentire l'aspetto odioso che c'è nel bloccare, o più precisamente nell'"ammanettare" come una prigioniera la donna che partorisce.

Le si chiede anche di trattenere le grida e di frenare le proprie emozioni! Si chiede al guerriero di trattenere il suo grido di energia? Questa barbarie medica disturba non solo il processo della nascita, ma l'intera funzione simbolica: come facciamo a lasciare che il nostro bambino nasca, cresca e si distacchi quando noi stesse siamo trattenute, legate e imbavagliate per farlo nascere? Come non diventare frigida quando l'immensa energia sessuale ed emotiva della nascita è trattata come qualcosa di inaccettabile?

G. Paris

Dal libro “Hermes e Dioniso”


copio e incollo da www.pensarecolcorpo.com

mercoledì 20 ottobre 2010

Parole


Per molto tempo aveva immaginato che quel dolore sarebbe stato come un lusso.Nelle ore che seguirono non ebbe il minimo dubbio, ma anche l'ultimo antro del suo corpo imparò che esistono lussi che costano ciò che valgono e l'intima orgia del parto è, più che un dolore, una battaglia che, per fortuna, si dimentica con la tregua.

Angeles Mastretta.Male d'amore

mercoledì 7 luglio 2010

Si impara ciò che si vive

Allatto alla luce del sole

Un giorno di circa tre anni fa mi trovavo ai giardinetti con mio figlio di poco meno di un anno.Mi siedo ad allattare e nel giro di pochi minuti mi trovo attorniata da una piccola folla di bimbi e bimbe.Qualcuno veniva richiamato dalla mamma che, con voce imbarazzata, intimava di non essere invadente e non disturbare ma che evidentemente dentro di sè non era del tutto convinta che quello fosse uno spettacolo adatto al suo piccolo.
Ad un tratto una bimba si fa coraggio e chiede "Ma cosa fa?".Ho impiegato alcuni secondi per superare stupore e avvilimento e capire che semplicemente nessuno di loro aveva mai visto una mamma allattare al seno suo figlio.
Mi sono ritrovata a fare una piccola lezione di fisiologia e ho trovato dei sorrisi aperti e inteneriti ad accogliere i segreti della naturale sopravvivenza umana. A dire il vero il mio senso di ironia un po' tagliente, con cui a volte affronto le difficoltà, mi ha fatto subito immaginare dei fumetti sulle loro teste con la scritta : "Ah! A questo servono le tette!"
Questa esperienza ha aperto un mondo davanti a me.
Da quando è nato il mio primo figlio mi sono messa all'opera formandomi per dare sostegno ad altre donne nel percorso gravidanza, parto, allattamento.E ho speso molto tempo a raccogliere 'contro'informazioni e diffonderle.
Quel giorno ho pensato che c'era un motivo piuttosto evidente del perchè, nonostante l'ostetrica che fa il corso preparto in zona desse a tutte le migliori informazioni, a 10 su 12 è finita che il bimbo è stato estratto dal ventre tramite un'operazione di chirurgia addominale, e 9 su 12 non hanno 'avuto fortuna' e 'non hanno potuto allattarlo' per i motivi più disparati.
Non ci si improvvisa nutrici in sei incontri di corso preparto.Non si metabolizza e rivive criticamente una vita di messaggi subliminali, di pubblicità di prodotti per bimbi con padri felici che allattano con il biberon, di montagne di libri con animaletti con ciuccio e biberon ...anche i mitici ecologici Barbapapà allattano la piccola Alice col biberon!
Una pressione talmente forte che anche il mio Arturo, che tra poco taglia il traguardo del quarto anno di ciucciate, un dì di qualche settimana fa mi ha chiesto di comprargli il latte finto e il biberon come gli altri (sue testuali parole...meno male che sotto sotto sa che è finto!!!).

E allora se queste bimbe non vedono allattare molto probabilmente non allatterano.

E allora ogni volta che tiro fuori la tetta in pubblico penso che sto facendo un lavoro altrettanto utile di quando organizzo i cerchi di condivisione del gruppo di auto aiuto.
E allora da quel giorno regalo ogni anno il calendario dell'IBFAN al consultorio, per 'ringraziarli del loro lavoro', nella speranza che qualche seme di fiducia attecchisca nelle donne che sono lì sedute ad aspettare il loro turno e che si trovano a guardare oltre le inevitabili pubblicità(alla faccia del codice internazionale!) anche qualche sana ciucciata come MammaNatura comanda.
E allora quando posso regalo foto di me che allatto; alla mia amica che ha la libreria, alla mia amica che ha la bottega del commercio equo a chi insomma può tenerle in vista e combatto così nel mio piccolo con le stesse armi dei 'cattivi' ,sperando che, non sentendosi sole e strane, altre mamme pian piano vengano allo scoperto.
Chissà, mi chiedo, quanto ci vorrà perchè gli occhi e il cuore si riabituino al nostro mondo finora fin troppo sommerso.

giovedì 10 giugno 2010

Dare latte


E’ presto, almeno per i canoni del mondo. Il cane abbaia, segnalando qualcuno al cancello. E’ anche giorno di festa. Qui non ci viene a trovare nessuno; fosse un giorno lavorativo potrebbe essere la forestale...insomma chi è?

E’ il massaro; riconosco la voce mentre viene con Alfonso dal cancello a casa. Che strano. Non abbiamo chiesto nè pane nè formaggi e non è il tipo da visite di cortesia.

Non so bene ancora che relazione abbiamo. Io sono grata a lui e alla sua famiglia per ciò che fanno. Fanno mangiare l’erba alle mucche. Passano le loro giornate qui in campagna; la casa del paese per i giorni di festa.

Che aspetto avrà la signora Maria, vestita col vestito della messa? Non riesco a immaginarle addosso null’altro che la sua vestaglia a fiori.

Parlerà agli ospiti, nelle riunioni di famiglia?Quando io vado su, riesco a strapparle a stento qualche monosillabo e pian piano sto imparando i ritmi del teatro di silenzi necessari a comunicare. Sembra che non senta quando domandi, continua a fare le sue cose.Poi mette da parte l’uovo appena fatto, ‘pu picciriddu’.

Gli uomini parlano di più, contenti che qualcuno abbia a cuore il destino della terra lì intorno e stupefatti allo stesso tempo. So che col tempo arriveranno a condividere i loro segreti così come la signora Maria ha accettato di condividere la crescenza con cui fa il pane.

Quando incontro persone così sono in difficoltà a mostrare la mia gratitudine. La prima volta che feci questo pensiero fu quando partorii. Ho pagato l’ostetrica ma mi sembrava che il denaro coprisse solo un aspetto della nostra ‘transazione’. Se lei non avesse scelto, unica nella nostra zona, di assistere ai parti a domicilio, in un contesto avverso,io forse non avrei potuto scegliere di percorrere quella strada (avrei potuto è vero spostarmi o partorire non assistita ma non erano scelte che mi sarebbero venute in mente a quel punto della strada.).

Così se pago una merce senza cuore, uguale a mille altre, penso che in cambio basti il denaro che copre materie prime e lavorazione, un prezzo equo certo, ma non mi preoccupo di più.

Ma se chi fa la ricotta che mangio ha dovuto fare una scelta inusuale alla base, se questa scelta non è quella della massa ed è difficile da mantenere, io mi sento di dover dire grazie anche in un altro modo.

Mi pesa assai non saper fare nulla. Non saper costruire, tessere, fare opere d’arte.Mi piacerebbe donare qualcosa di speciale a Roberta e Giampietro per il pane e tutto il resto e così a Felice quando ci ospitò e a molte altre persone conosciute e incontrate per la via.

Mi chiamano. Sono in casa. Il massaro, che a rigore è il figlio del massaro, ha un occhio così gonfio e rosso da non poterlo tenere aperto. Serve il mio aiuto. Presa alla sprovvista chiedo cosa posso fare.

“Latte materno.E’ l’unica in contrada che allatta”.

Già. L’ho letto mille volte su manuali e siti web. Ma sinceramente non ho mai pensato che ancora qualcuno sapesse, come un sapere naturale, che il latte materno è la miglior cura contro le congiuntiviti.

Assisto felice al miracolo di come poche gocce di latte agiscano immediatamente. Pochissime gocce, poichè non sono brava a mungermi e così, in questa situazione, sono anche un po’ nervosa (e mentre ci provo mi vengono in mente tutte le cose che so sul riflesso di eiezione e mentre lo penso mi dico ‘troppa neocorteccia non ce la farò mai’).

Più tardi nel pomeriggio ripeto l’operazione con calma silenzio e intimità e il mattino dopo mi presento alla masseria orgogliosa col bicchierino del mio prezioso “prodotto” che Arturo, da buon venditore, abbanìa subito a gran voce dal finestrino del furgone “Signooraaa!Le abbiamo portato il latteee”.

Ecco; qualcosa so fare: dare latte.

Micòl

lunedì 15 febbraio 2010

Sapore di mamma

Se lo allatti troppo, se dorme con te,se non lo mandi a scuola, se lo prendi in braccio, lo proteggi troppo non sperimenta la frustrazione non si prepara alla vita...e invece io godo leggendo queste parole (tratto da 'sapore di mamma' di Paola Negri - il leone verde edizione.



“La frustrazione ci sarà comunque perché fa parte della vita
; quello che la vita non ti insegna è come farvi fronte.Un genitore che dia esempio di presenza, di disponibilità, di contenimento, di capacità di entrare in relazione con il figlio, comprendendone i bisogni e dandogli gli strumenti per affrontare le difficoltà, rappresenta un bagaglio di fiducia in sé da cui trarre esempio per la costruzione di un’identità basata sul rispetto reciproco e del prossimo, sulla fiducia in sé e negli altri,sul saper aspettare perché tanto qualcuno nel momento del bisogno arriva e ascolta ma, soprattutto, significa permettersi di avere fiducia nelle proprie sensazioni di bambino che, solo se accolte e decifrate in maniera corretta e soddisfacente dall’adulto, danno sicurezza in ciò che emerge spontaneamente dal profondo di sé.”

domenica 17 gennaio 2010

15 Agosto 2009

...Nel primo pomeriggio, infatti, riprendono le contrazioni. Sono irregolari e lievi e io continuo a fare i fatti miei tranquillamente. Mi fermo un attimo per fare un bagno nella piscina col mio compagno che mi coccola seduto a lato. Voglio ‘preparare l’atmosfera’, cominciare a sintonizzarmi, ma nello stesso tempo non voglio ancora allertare nessuno, non voglio che inizi il tempo dell’attesa. Col parto di Arturo questo fu un fattore di disturbo. Lo sguardo ansioso a ogni contrazione, la premura del “come stai, cosa vuoi che faccia”. IGNORAMI!

Col senno di poi credo che invece avrei dovuto preparare un po’ più gradualmente StellArtù.Ero con lui, nel letto ad allattare, quando l’intensità si è fatta difficilmente sopportabile e così gli ho chiesto di chiedere a papà di preparare la piscina.[...] . E però, visto che di pomeriggio, dopo di me, si erano fatti il bagno anche papà e figlio, ci siamo trovati catapultati in un film in bianco e nero perché lo scaldabagno era scarico ed è cominciato un andirivieni di pentole messe a bollire sul fuoco. Non ce l’ho fatta ad aspettare che fosse piena e sono entrata. C’era tensione intorno, molta adrenalina. Mi sono concentrata su Artù perché non volevo che avesse un’impressione di sofferenza, così quando arrivavano le contrazioni badavo a vocalizzare sorridendo e questo ovviamente è stato di aiuto anche per me. Lui era dolcissimo. Visibilmente le emozioni a cui era sottoposto erano forti e si trattava di un attimo, di una disattenzione trasformare l’emozione-felicità in emozione-paura. Quando vocalizzavo mi chiedeva “Mamma ma sei felice?”. Io rispondevo “Sì perché sta nascendo Bebi” e a ogni respiro gli e mi ripetevo “che bello arriva!” “Ti aspettavamo!”. Così a un certo punto si è messo a saltare e battere le mani con un viso radioso dicendo “Che bello arriva Bebi” e mi ha buttato le braccia al collo e ha cominciato a baciarmi tutto il viso “come sei bella mamma così!”.

Poi c’è stato un momento di panico perché ho chiesto un CD e si è scoperto che il computer non lo leggeva così A. si è intestardito a cercare di far funzionare lo stereo rotto e a me dava fastidio che fosse distratto da me. Volevo tutti accanto. Mi sono arrabbiata e Artù si è spaventato. Sono uscita dalla piscina, l’ho preso in braccio e portato sul letto.

Lì mi sono messa a quattro zampe con A. che mi reggeva la testa e mi teneva una mano sulla schiena. La mia amica L.ha avuto la prontezza di mettersi a suonare lo djembè sostituendo così col ritmo del tamburo il rumore del mare che avevo chiesto. Penso che abbia cantato e suonato per un paio d’ore!

Nelle pause tra una contrazione e l’altra allattavo Artù che cominciava a essere un po’ nervoso e voleva essere rassicurato. A un certo punto ho potuto pensare solo a me. Era una situazione strana; non ero in stato alterato di coscienza ma avevo una specie di filtro rispetto a quello che succedeva fuori. Ho smesso di rispondere. Ho sentito L. che leggeva un libro di filastrocche. Non ho una percezione temporale esatta. So che ogni tanto coglievo aspetti di ciò che succedeva. Sentivo questa voce cantilenante e ho visto Artù assorto e tranquillo. Le filastrocche mi hanno aiutata almeno quanto il tamburo e sono anche felice che Artù abbia scelto di farsi leggere quelle. Sono poesie sulla nascita; vuol dire che era dentro all’evento e non lo fuggiva. A me, a parte il suono della voce, aiutavano le parole; sentire “Ecco il mondo bambino, ecco il bambino mondo” o “bella la mamma vista da fuori” mi aiutava a focalizzare il termine ultimo del dolore che stavo provando e mentalmente mi connettevo col mio bambino anziché concentrarmi sul dolore. Poi è arrivato il momento in cui Artù ha deciso che non voleva assistere oltre e si è addormentato. Contemporaneamente io ho sentito il bisogno di rientrare nella piscina che nel frattempo aveva guadagnato qualche grado centigrado.

Iniziavo a chiedermi quanto sarebbe durato. Ero stanca e mi sembrava che il tempo non passasse. Mi rispondevo da sola (tutto nella mia capa) che quando ti sembra di non farcela più vuol dire che sei quasi alla fine.

Mi sono abbandonata con la testa sul bordo della piscina pancia sotto e ho goduto del fatto che dovunque mi appoggiassi era tutto morbido. Non so le piscine per il parto in ospedale come sono. La mia è una piscina gonfiabile e ho provato una doppia sensazione di assenza di gravità e di sforzo, grazie all’acqua e grazie alla morbidezza. A. era seduto sulla poltrona vicino al bordo e mi sussurrava cose del tipo “apri” “scivola” e raccontava di balene nell’oceano e poi parole che non avevano un senso compiuto, solo un susseguirsi di suoni dolci e fluidi che io seguivo ipnotizzata. È stato come fare l'amore. Così come è stato concepito, questo bimbo, nello stesso modo viene alla luce. Non saremmo stati così disinibiti in presenza di un'ostetrica. Seguendo il flusso visualizzavo i miei muscoli che si rilassavano. Nonostante questo mi sentivo chiusa. Avevo la percezione che fosse ora di sentire la testa ma quando arrivava una contrazione affiorava dentro di me un “Non voglio” che ho impiegato un po’ a smascherare. Mi aprivo fino a un certo punto poi scattava qualcosa che mi irrigidiva. Ho avuto un lampo di pensieri “cattivi” tipo “e se c’è qualcosa che gli impedisce di uscire? Nessuno di noi tre ha la competenza di capirlo. Se ci fosse O. (l’ostetrica con cui ho partorito Artù) me lo saprebbe dire” e subito mi sono censurata “io lo so meglio di tutti che tutto va bene”; “voglio tornare indietro, non voglio affrontare questa prova” e subito “l’unico modo per uscirne è andare avanti con tranquillità”. Ho capito che il mio corpo aveva memorizzato il dolore che provai nel parto precedente quando mi lacerai e quello mi inibiva. Ho cominciato a massaggiarmi il perineo e “compatirmi”, non so come spiegarlo, a pensare di volermi bene, a rassicurarmi, tutto in modo molto corporeo e a quel punto ho sentito affiorare la testa fra le mani. Non l’ho sentita scendere, me la sono trovata lì e l’ho accarezzata pensando però che non sapevo come fare a farla passare tutta. Avevo anche lo stimolo di fare cacca e questo mi faceva chiudere. Ma è stato un attimo, ho pensato che l’unica cosa che potevo fare era andare avanti così mi sono lasciata andare. Ho sentito tutta la testolina in mano e l’ho accarezzata per un tempo che mi è sembrato lunghissimo. Poi le spalle e un’altra pausa. Tutto molto lento. Non posso non pensare a tutte quelle manovre che fanno, girare la testa, mettere il dito sotto l’ascella e tirare, per “aiutare a nascere i bambini”. Che follia. Non c’è bisogno di nessun aiuto e non c’è nessuna spinta. Vorrei sapere chi è stato il primo a dire a una donna “spingi”. Non c’è nulla da spingere; l’utero fa il suo lavoro con le contrazioni e tutto avviene spontaneamente con dei tempi che sono completamente diversi da quelli normalmente imposti. Le gambe erano ancora dentro quando A. si è sporto sul bordo e io ho avuto l’impressione che volesse intervenire. Così gli ho intimato di star fermo e il bimbo è uscito del tutto. Mi sono girata l’ho preso e poggiato sulla mia pancia. Lo guardavo e accarezzavo e intanto lui, con estrema competenza, pian pianino si è fatto strada fino alla tetta. Un breastcrawling da manuale! L’acqua iniziava a essere fredda così sono uscita per andare sul letto. Sensazione di onnipotenza e benessere totale. A quel punto mi sono ricordata di controllare se era maschio o femmina! Dopo pochi minuti ho partorito la placenta, l’abbiamo lavata e messa in una bacinella e poi siamo andati a nanna.


martedì 23 giugno 2009

Terra mia

In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità.
A me ricordava la gonna di Jenny
ad un ballo di tanti anni fa.

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni,era il mio cuor
e allora perchè coltivarla ancora,
                                         come pensarla miglior.
Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro
a cielo ed amore
protetta da un filo spinato.

Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze ad un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente lo sa
e la gente lo sa
che sai suonare
suonare ti tocca per tutta la vita
 e ti piace lasciarti ascoltare.

Finì con i campi alle ortiche
finì con un flauto spezzato 
e un ridere rauco e ricordi tanti
ma nemmeno un rimpianto.

Il suonatore Jones - F-De Andrè



domenica 3 maggio 2009

Il mio ventre


Sembrerebbe innegabile il legame della fecondità e della maternità con tutti i simboli della danza del ventre, ma molti autori e autrici contestano la tendenza – attribuita alla psicoanalisi – di ritrovare dappertutto il simbolo della fecondità, erchè la considerano qualcosa di poco pregevole o comunque riduttivo dell’esperienza femminile.

Invece penso che la fecondità alluda alla potenza del femminile, che è racchiusa nei semi, nelle idee creative e nella sessualità. Per questo nasconde una simbologia complessa, che accoglie diversi aspetti produttivi  della femminilità, che attingono alla creatività, alla produttività dell’immaginazione, al mistero del corpo, alla magia della donna e all’offrire se stesse in qualsiasi campo si scelga di esprimersi nella vita.

Non cedo che i simboli della fertilità riducano il ruolo della donna a quello biologico, ma penso che, al contrario, sia solo la svalutazione del ruolo materno a farci considerare riduttivi i simboli della fecondità.

Quando i simboli di fertilità si riferiscono specificamente alla maternità, la portano ad alte vette, al punto da rendere questa esperienza comune a tutti gli esseri umani ( perché tutti siamo nati da una donna), il fulcro della intuizione religiosa della preistoria.

Come arte incentrata sull’aspetto creativo materno, la danza del ventre ci fa partecipi del mistero essenziale della vita, ed è ancorata al sentire matriarcale, quando la donna era venerata per molti aspetti, di cui primario era quello materno.Oggi la danza del ventre può aiutarci a valutare positivamente le nostre capacità procreative, aprirci all’esperienza della maternità. Penso che non sia un contributo da sottovalutare, perché – rimanendo nell’ambito dell’Italia, dove esiste una preoccupante crisi demografica che si va accentuando sempre più – fa pensare che per le donne la scelta di diventare madri sia più una rinuncia che un privilegio.

Nel nostro mondo, fertilità e maternità si presentano come argomenti ai margini della cultura e della identità femminile. Questa mancanza tende a manifestarsi negativamente nel corpo, sotto forma di sintomo: disturbi del ciclo mestruale, anoressia, sterilità idiomatiche, aborti multipli e gravidanze a tuti i costi.Sintomi che esprimono un profondo disagio e suggeriscono che deve essere recuperato l’equilibrio con la maternità.

La danza del ventre coltiva la femminilità in tutti i sui aspetti, a cominciare da quello materno, che è esternato in un corpo che possiede volume, profondità interiore e grazia.

Come mezzo simbolico, ci aiuta a far fronte alle paure che ispira a tante donne non tanto il parto in sé, ma soprattutto l’atto di trasformazione da ragazza a madre che avviene con il parto.

La danza comincia il suo approccio con il corpo, attraverso i simboli, che in fondo sono simboli di Vita e rigenerazione ancorati alla figura materna della Dea della Fertilità che dà nutrimento tanto fisico come creativo. Danzando la donna scopre nel suo corpo le fonti sacre della Vita, l’importanza spirituale della Vita.

Questa nuova consapevolezza del corpo, può accentuare la gratificazione che una donna ha nell’essere in grado di compiere il massimo grado di creatività naturale diventando madre, o esaltare le sue qualità creative, la sua feconda fantasia, in altri ambiti in cui scelga di applicarsi.

Quando una donna sogna un figlio con timore, la danza del ventre la può aiutare a scoprire il valore della maternità, non come un ruolo prestabilito dal suo genere, un qualcosa che ‘tutte possono fare’, dove è implicita una svalutazione  della procreazione, ma un invito a viverla come una scelta personale, un privilegio della sua femminilità, del quale può essere orgogliosa e da cui può trarre grande gratificazione spirituale.Deve lottare per una definizione positiva della sua maternità, perché la realizzazione del suo ruolo di madre la può mettere in una situazione di svantaggio in altre sfere della sua vita, in particolare sul lavoro. Stando in contatto con la propria femminilità, con il “principio femminile” del mondo, il giusto equilibrio lo troverà, perché conoscendo se stessa sarà in grado di capire meglio come gestire il suo tempo, per distribuire con giudizio le proprie energie.


Maria Strova - Il linguaggio segreto della danza del ventre - MacroEdizioni

 

 

giovedì 23 aprile 2009

Dare latte

M- Vuoi ancora succo di frutta?
A - No, ora voglio succo di tetta

Mamma, voglio diventare grande, con la bocca lunga,così ciuccio tre tette

A- voglio tetta
P- no, la voglio io la tetta
A-tu no.Hai la barba, non puoi ciucciare.


martedì 3 marzo 2009

Slow Maternity

Da 'The mother" n.32

Il movimento slow ha guadagnato molte adesioni recentemente, dato che molte persone trovano che la pace della vita moderna non è portatrice di buona salute.Abbiamo assistito alla nascita delle Slow Cities, Slow Food, Sloow Working così io voglio riflettere sulla Slow Maternity.

Una Madre Lenta – per molte persone questo è da leggere come una madre pigra.E questa è sicuramente una delle figure maggiormente ingiuriate dalla moderna cultura dei tabloid.Quanti titoli (e quante iniziative del governo)annunciano piani per ‘far tornare le madri al lavoro!’o denunciano le madri che usufruiscono dei benefici di legge.

Queste persone sembrano dimenticare che esse hanno già un lavoro-essere madri dei loro bambini.

Perché la nostra cultura è così ossessionata nel forzare i genitori a fare due lavori-uno pagato fuori casa e uno non pagato in casa-senza supporto e quindi facendo nessuno dei due bene?

Ho la sensazione che il femminismo ha reso agli uomini e alle donne un grande disservizio nell’area della gravidanza e della maternità. Nel tentativo di liberare le donne dalla necessità di procreare all’infinito, l’ha inavvertitamente degradate davanti all’occhio pubblico.Se le donne non vogliono fare ciò che solo una donna può fare, allora deve veramente non valere la pena!E dunque, io dichiaro che questo è il momento di reclamare la natura essenzialmente lenta della maternità.

Quando rimasi incinta del mio bimbo più grande, mi aspettavo, e lo desideravo molto, di essere viziata: trattamenti speciali, sonnellini pomeridiani, cioccolatini.Invece, ciò che ottenni fu la pressione di non cedere a questo genere di desideri,e mi fu detto di procedere come se non mi stesse succedendo nulla.Molte persone non osavano trattarmi differentemente, poiché temevano di passare per ‘politicamente scorretti’.Le riviste femminili erano piene di donne che dichiaravano ‘di essere incinte non inferme’e completamente intenzionate ad andare avanti a lavorare/fare le pendolari/fare jogging/scalare montagne. Io ero inorridita; non vedevano di cadere preda della propaganda capitalista, e stavano negando a loro stesse il rilassamento che meritavano per questo momento speciale?Riuscivano almeno a vedere che si trattava di un momento speciale?

In questo caso tutte le pari opportunità che mi erano date erano di ricevere le stesse pressioni per essere schiavizzati come tutti gli altri, nonostante stessi attraversando l’ esperienza più estenuante fisicamente e caotica emozionalmente che mi fosse mai capitato di affrontare.Per quanto mi riguardava, ero già duramente al lavoro nel costruire un’intera nuova persona da zero.Come si potevano aspettare che arrivassi anche in orario in ufficio ?

Di fatto, tutti si aspettavano che arrivassi in orario in ufficio.In effetti, generalmente ci si aspettava che io considerassi il mio lavoro più importante della  mia gravidanza.Dal mio punto di vista, c’era un enorme errore di priorità erronee.Io stavo crescendo una persona; questo era l’unico momento in cui io sarei stata impegnata a crescere quella particolare persona.Ovviamente, stare stesa sul divano accarezzandomi il ventre, e percepirne i colpetti, era la mia principale attività.Mettere a posto un archivio certo non poteva competere.

Ci fu sgomento quando presi il mio congedo di maternità cinque settimane prima della data prevista.Che cosa mai avrei trovato da fare? Perchè non lavoravo fino al parto? […]

Avevo bisogno di contemplazione, di prepararmi mentalmente ed emozionalmente al più grande sconvolgimento capitato nella mia vita finora.Dovevo entrare in comunione col bambino prima che affrontassimo insieme il terribile lavoro del parto.Dovevo riposare.

Dopo il parto fui nuovamente scioccata dall’attitudine che si aspettavano da me che prendessi. “Ho appena partorito” spiegavo con pazienza. “Non scendo dal letto oggi”.Nelle culture più sensibili vi sono dei periodi in cui una neomamma è strettamente tenuta a riposo, fino a quaranta giorni.Sfortunatamente, la nostra non è una cultura sensibile e immediatamente ha inizio la pressione sulle madri perché ‘tornino normali’.Ma la gente non capisce?Normale non esiste con un bambino,e neanche dovrebbe.Questo periodo dovrebbe essere la Luna di Bimbo, un incanto per la nuova famiglia, occupata solo nella cosa più importante: amarsi l’un l’altro.[…]

Invece ci si dice di metter giù il bambino così da poter fare altre cose, dare la bambino il biberon così tu puoi fare una pausa.Ma scherzano!?Come ogni genitore può confermare, il momento in cui apprezzi di più tuo figlio è quando dorme e chiunque non abbia dato valore a questi magici momenti in cui si sta stesi nel letto, il  neonato tra le braccia, ha perso una delle esperienza più magiche che l’essere genitori offre.

Allattare al seno è l’ultimo baluardo delle attività ‘slow’.Ti devi sedere in una poltrona comoda, circondata da morbidi cuscini,tazza di tè in una mano, scatola di cioccolatini in prossimità, il tuo meravigliosamente profumato bimbo al sicuro e al caldo tra le tue braccia, per ore ogni volta.Okay lo devi fare anche di notte, ma come strada per evitarti legittimamente i lavori di casa, fare il tè o addirittura uscire di casa è al mattino, è assolutamente la scelta vincente.

Ovviamente la società disapprova questo tempo così trascorso.Inizialmente, pensavo fosse a causa delle identificazione, presente nella nostra cultura, del seno come oggetto sessuale.Ma poi ho realizzato che è anche a causa del fatto che l’allattamento al seno richiede tempo: tempo trascorso cibando,nutrendo e godendoti il tuo bambino; tempo durante il quale dovresti mettere tuo figlio in un asilo e tornare al lavoro!

Il congedo per maternità, passo vitale verso ciò che può realmente offrire pari opportunità all’uomo e alla donna nella sfera familiare, rinforza l’idea che avere un bambino altro non è che una breve interruzione in quello che è il compito principale- lavorare per vivere.[…]

Come ogni Genitore Lento sa, la cosa più importante è la famiglia e il lavoro non è altro che uno sfondo più o meno piacevole per pagare l’affitto.I Genitori Lenti di fatto combattono l’uno contro l’altro per chi deve essere quello che sta a casa.

I bimbi sono naturalmente oziosi.Lasciamo che siano loro a condurci e il tempo scivolerà in un movimento lento.Essi vivono puramente il presente, non sanno dire che ore sono, sono costituzionalmente incapaci di andare di fretta, specialmente se tu sei in ritardo per un appuntamento.

E invece, nel ventunesimo secolo, andiamo di fretta più che mai- impacchettando i loro giorni con attività senza significato, e spingendoli a crescere troppo in fretta.E mentre i miei figli crescono, la principale domanda sulle labbra della gente che incontriamo è ‘quando tornerai al lavoro?’.I miei bambini sono il mio lavoro, non perché io sia stata forzata a sfacchinare con i lavori domestici da una rigida divisione di ruoli basata sul genere, ma per scelta.La società odia questo, risentendosi anche dei magri assegni familiari  che mi paga lo stato[chi scrive non risiede in italia,qui non c’è nulla del genere per quanto magro…n.d.t.] per svolgere il mio dovere civico di tirar su con responsabilità la futura generazione.

Non può trattarsi di ‘vero lavoro’ perché mi piace:perché il mio lavoro comprende picnic in giardino , guardare laPimpa, costruire complicati rifugi dietro il divano.Il mio lavoro coinvolge piccole creature che amo e un mondo domestico lontano dalle insignificanti fatiche lavorative.Crescere dei bambini, come sai ogni genitore, può essere difficile e può esaurire, ma è anche  più soddisfacente e divertente di un qualsiasi lavoro pagato. E se c’è una cosa che fa inorridire la nostra cultura del lavoro è divertirsi.E così la battaglia continua per prosciugare via tutta la lentezza dalla maternità.E’ giunto il tempo per le madri di reclamare quel divano, quella scatola di cioccolatini, e quella tazza di tè leggendo ‘the gruffalo’ (?n.d.t) per la quattordicesima volta. Tirate su i piedi e divertitevi!

Autrice Liz Pilley

 

 

 

 

 

 

 

domenica 22 febbraio 2009

Che banda!


Rispondo quasi ogni giorno a pressanti domande,poste da chiunque, anche dal salumiere che molto probabilmente non brilla di cooperazione nelle scelte educative dei suoi figli(quel salumiere…non i salumieri…), sul perché non mando mio figlio all’asilo.

E quasi ogni settimana rispondo (o cerco di difendermi glissando)a interrogatori ancor più pressanti , posti questi dai quei pochi a cui ho avuto la sventurata idea di dire di questa mia folle convinzione, sul perché non voglio mandare mio figlio a scuola dopo.

L’argomento principe è:ma un bambino ha bisogno di socializzare.Non voglio dilungarmi qui in elucubrazioni dotte su cosa vogliamo intendere per socializzare (essere costretti 5 ore al giorno seduti in un banco a fianco di uno o una che nella maggior parti dei casi non ha nulla a che vedere con te, essendo cazziato alla minima parola che scambi?).

Non mi dilungo ho promesso.

Voglio solo raccontare i fatti miei.

Perché oggi sono molto felice. Abbiamo passato una giornata meravigliosa.Carnevale di Scampia, organizzato dal Gridas. 

Dopo la sfilata e la sosta al campo Rom Artù era stanco, voleva andare a casa...e mentre aspettavamo che arrivassero tutti per iniziare a mangiare, io, contro i miei principi non interventisti, gli suggerivo ammiccante la presenza di altri bambini e bambine.

Non so cosa vuol dire socializzare ma so di cosa ha bisogno mio figlio che i bambini non se li è cacati di striscio ma ha in ordine:

-rimorchiato chiunque avesse un pezzo di pizza in mano; 

-fatto mille effusioni ai nostri meraviglioso amici Tosimo e Giange (parole di Artù);

-ballato estasiato alla musica della Titubanda (come non rimanere estasiati);

-fatto amicizia con le belle e simpatiche componenti della Malamurga (la musica è musica...ma è omm' e un po' il fariniello lo fa...);

-provato un qualsiasi strumento lasciato non accudito (con estremo rispetto e delicatezza)e anche alcuni in mano a suonatori contenti della sua passione;

-pianto quando era ora di andare via.

Il tutto in piena autonomia e a debita distanza da me.Questo per rispondere a chi dice che allattarlo ancora al seno,portarlo in fascia, farlo dormire nel lettone fà di lui un essere dipendente e mammone.

Non che in altre occasioni non gradisca la compagnia di coetanei (poche volte per ora e se non c'è di meglio da fare)ma mi piace sapere che sia lui a scegliere se,come e quando.

E mi piace che viva la nostra vita con noi e non una riproduzione finta della vita in cui qualcuno (che di certo non è il bambino) decide cosa è giusto che si faccia si dica si pensi.

Non mi dovevo dilungare.

Oggi  eravamo felici. Non possiamo esserlo ogni giorno,facendo ciò che più ci aggrada, senza aspettare il dì di festa?

martedì 20 gennaio 2009

Nella pancia della mamma


Isola
io non ho che te cuore della mia razza

Di te amore m'attrista, mia terra,
se oscuri profumi
perde la sera d'aranci,
o d'oleandri, sereno,
cammina con rose il torrente
che quasi n'è tocca la foce.

Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d'altri cieli mi volge
e mi nascondo tra le perdute cose.

Salvatore Quasimodo

sabato 10 gennaio 2009

Ascoltarsi

Adesso il mistero femminile mi attira come il tesoro sepolto, il "Solo noi sappiamo":ho bisogno di donne.
Donne-pirata, alla ricerca del galeone con dentro il forziere d'oro nel fondo del mare.
Bella immagine.(Giulio)
Che vergogna.(Nico)
Più di uno ride, mi regalano incensi, una decalcomania con simboli alchemici, un kimono verde ramarro.
Un cappello da pirata, nessuno.
Hanno paura?
Fa paura una donna che si ascolta.
Un uomo che ascolta la propria donna.
La donna che ha in sè.



( N.Salomon Storie di latte, quadri di una maternità,SEAO Editore)

mercoledì 7 gennaio 2009

ci proviamo...


...a ricostruire una rete solidale? ora si chiamano gruppi di auto e mutuo aiuo...prima semplicemente accadeva.

Sappiamo bene che due mamme e due bambini sono una realtà diversa , anche se il rapporto numerico è lo stesso, da una mamma sola col suo bimbo…Noi abbiamo sperimentato che se io vengo a casa tua e sto con i bimbi , tu puoi fare i servizi o lavorare due ore al computer senza dover chiamare una babysitter purchè ricambi il favore…magari in cambio mi darai una lezione di yoga…E così una donna avvocato potrà darci delle dritte sui temi a noi  cari in cambio di una bella torta al cioccolato BIO. E così via…sfogo alla fantasia!

Vorremmo dare sostegno e informazione alle donne perchè scelgano il proprio parto, perchè allattino al seno in santa pace ma abbiamo scoperto che tutto questo non prescinde dal 'recupero' di una fiducia nel 'potere femminile' e una rivisitazione del nostro modo di pensarci.Per questo incontri di donne non di mamme.


Questa data è visibilmente passata...ma l'appuntamento è mensile...donne flegree fatevi avanti.