martedì 10 giugno 2014
LiberAmore
lunedì 30 settembre 2013
Educazione pregiudizievole
sabato 18 maggio 2013
Tutti i colori dell'arcobaleno
Ebbrezza....voglio che sperimentino ebbrezza nel vivere e nell'amare...ma come guidarli?
lunedì 23 luglio 2012
Onda su onda
sabato 30 giugno 2012
Scuola familiare. imparare insieme
Io non ci sono mai stata: dunque è un viaggio di istruzione anche per me.
Il due mari. Camminando sulla spiaggia, il corpo ricorderà... la sabbia che diventa gradualmente riva di sassi, il blu che diventa verde, il freddo gelido che diventa tiepido. E, a mare, quella linea netta, ben visibile, tratteggiata di vortici, un susseguirsi di figure di interferenza. Come faceva Ciccina Circè, di notte, con la sua barchetta, a dimenarcisi, mi chiedo.
giovedì 18 novembre 2010
Scuola
venerdì 12 novembre 2010
Pensare col corpo
In cinta. |
In greco il fatto di essere incinta si può tradurre con "essere legata", e partorire con "essere slegata". Il simbolismo del cordone da tagliare, del legaccio da slegare è talmente evidente al momento del parto che solo una società come la nostra, così disturbata nella sua vita simbolica, può non sentire l'aspetto odioso che c'è nel bloccare, o più precisamente nell'"ammanettare" come una prigioniera la donna che partorisce. Le si chiede anche di trattenere le grida e di frenare le proprie emozioni! Si chiede al guerriero di trattenere il suo grido di energia? Questa barbarie medica disturba non solo il processo della nascita, ma l'intera funzione simbolica: come facciamo a lasciare che il nostro bambino nasca, cresca e si distacchi quando noi stesse siamo trattenute, legate e imbavagliate per farlo nascere? Come non diventare frigida quando l'immensa energia sessuale ed emotiva della nascita è trattata come qualcosa di inaccettabile? G. Paris Dal libro “Hermes e Dioniso” copio e incollo da www.pensarecolcorpo.com |
mercoledì 20 ottobre 2010
Parole

Per molto tempo aveva immaginato che quel dolore sarebbe stato come un lusso.Nelle ore che seguirono non ebbe il minimo dubbio, ma anche l'ultimo antro del suo corpo imparò che esistono lussi che costano ciò che valgono e l'intima orgia del parto è, più che un dolore, una battaglia che, per fortuna, si dimentica con la tregua.
mercoledì 7 luglio 2010
Si impara ciò che si vive
giovedì 10 giugno 2010
Dare latte
E’ presto, almeno per i canoni del mondo. Il cane abbaia, segnalando qualcuno al cancello. E’ anche giorno di festa. Qui non ci viene a trovare nessuno; fosse un giorno lavorativo potrebbe essere la forestale...insomma chi è?
E’ il massaro; riconosco la voce mentre viene con Alfonso dal cancello a casa. Che strano. Non abbiamo chiesto nè pane nè formaggi e non è il tipo da visite di cortesia.
Non so bene ancora che relazione abbiamo. Io sono grata a lui e alla sua famiglia per ciò che fanno. Fanno mangiare l’erba alle mucche. Passano le loro giornate qui in campagna; la casa del paese per i giorni di festa.
Che aspetto avrà la signora Maria, vestita col vestito della messa? Non riesco a immaginarle addosso null’altro che la sua vestaglia a fiori.
Parlerà agli ospiti, nelle riunioni di famiglia?Quando io vado su, riesco a strapparle a stento qualche monosillabo e pian piano sto imparando i ritmi del teatro di silenzi necessari a comunicare. Sembra che non senta quando domandi, continua a fare le sue cose.Poi mette da parte l’uovo appena fatto, ‘pu picciriddu’.
Gli uomini parlano di più, contenti che qualcuno abbia a cuore il destino della terra lì intorno e stupefatti allo stesso tempo. So che col tempo arriveranno a condividere i loro segreti così come la signora Maria ha accettato di condividere la crescenza con cui fa il pane.
Quando incontro persone così sono in difficoltà a mostrare la mia gratitudine. La prima volta che feci questo pensiero fu quando partorii. Ho pagato l’ostetrica ma mi sembrava che il denaro coprisse solo un aspetto della nostra ‘transazione’. Se lei non avesse scelto, unica nella nostra zona, di assistere ai parti a domicilio, in un contesto avverso,io forse non avrei potuto scegliere di percorrere quella strada (avrei potuto è vero spostarmi o partorire non assistita ma non erano scelte che mi sarebbero venute in mente a quel punto della strada.).
Così se pago una merce senza cuore, uguale a mille altre, penso che in cambio basti il denaro che copre materie prime e lavorazione, un prezzo equo certo, ma non mi preoccupo di più.
Ma se chi fa la ricotta che mangio ha dovuto fare una scelta inusuale alla base, se questa scelta non è quella della massa ed è difficile da mantenere, io mi sento di dover dire grazie anche in un altro modo.
Mi pesa assai non saper fare nulla. Non saper costruire, tessere, fare opere d’arte.Mi piacerebbe donare qualcosa di speciale a Roberta e Giampietro per il pane e tutto il resto e così a Felice quando ci ospitò e a molte altre persone conosciute e incontrate per la via.
Mi chiamano. Sono in casa. Il massaro, che a rigore è il figlio del massaro, ha un occhio così gonfio e rosso da non poterlo tenere aperto. Serve il mio aiuto. Presa alla sprovvista chiedo cosa posso fare.
“Latte materno.E’ l’unica in contrada che allatta”.
Già. L’ho letto mille volte su manuali e siti web. Ma sinceramente non ho mai pensato che ancora qualcuno sapesse, come un sapere naturale, che il latte materno è la miglior cura contro le congiuntiviti.
Assisto felice al miracolo di come poche gocce di latte agiscano immediatamente. Pochissime gocce, poichè non sono brava a mungermi e così, in questa situazione, sono anche un po’ nervosa (e mentre ci provo mi vengono in mente tutte le cose che so sul riflesso di eiezione e mentre lo penso mi dico ‘troppa neocorteccia non ce la farò mai’).
Più tardi nel pomeriggio ripeto l’operazione con calma silenzio e intimità e il mattino dopo mi presento alla masseria orgogliosa col bicchierino del mio prezioso “prodotto” che Arturo, da buon venditore, abbanìa subito a gran voce dal finestrino del furgone “Signooraaa!Le abbiamo portato il latteee”.
Ecco; qualcosa so fare: dare latte.
Micòl
lunedì 15 febbraio 2010
Sapore di mamma
domenica 17 gennaio 2010
15 Agosto 2009
Col senno di poi credo che invece avrei dovuto preparare un po’ più gradualmente StellArtù.Ero con lui, nel letto ad allattare, quando l’intensità si è fatta difficilmente sopportabile e così gli ho chiesto di chiedere a papà di preparare la piscina.[...] . E però, visto che di pomeriggio, dopo di me, si erano fatti il bagno anche papà e figlio, ci siamo trovati catapultati in un film in bianco e nero perché lo scaldabagno era scarico ed è cominciato un andirivieni di pentole messe a bollire sul fuoco. Non ce l’ho fatta ad aspettare che fosse piena e sono entrata. C’era tensione intorno, molta adrenalina. Mi sono concentrata su Artù perché non volevo che avesse un’impressione di sofferenza, così quando arrivavano le contrazioni badavo a vocalizzare sorridendo e questo ovviamente è stato di aiuto anche per me. Lui era dolcissimo. Visibilmente le emozioni a cui era sottoposto erano forti e si trattava di un attimo, di una disattenzione trasformare l’emozione-felicità in emozione-paura. Quando vocalizzavo mi chiedeva “Mamma ma sei felice?”. Io rispondevo “Sì perché sta nascendo Bebi” e a ogni respiro gli e mi ripetevo “che bello arriva!” “Ti aspettavamo!”. Così a un certo punto si è messo a saltare e battere le mani con un viso radioso dicendo “Che bello arriva Bebi” e mi ha buttato le braccia al collo e ha cominciato a baciarmi tutto il viso “come sei bella mamma così!”.
Poi c’è stato un momento di panico perché ho chiesto un CD e si è scoperto che il computer non lo leggeva così A. si è intestardito a cercare di far funzionare lo stereo rotto e a me dava fastidio che fosse distratto da me. Volevo tutti accanto. Mi sono arrabbiata e Artù si è spaventato. Sono uscita dalla piscina, l’ho preso in braccio e portato sul letto.
Lì mi sono messa a quattro zampe con A. che mi reggeva la testa e mi teneva una mano sulla schiena. La mia amica L.ha avuto la prontezza di mettersi a suonare lo djembè sostituendo così col ritmo del tamburo il rumore del mare che avevo chiesto. Penso che abbia cantato e suonato per un paio d’ore!
Nelle pause tra una contrazione e l’altra allattavo Artù che cominciava a essere un po’ nervoso e voleva essere rassicurato. A un certo punto ho potuto pensare solo a me. Era una situazione strana; non ero in stato alterato di coscienza ma avevo una specie di filtro rispetto a quello che succedeva fuori. Ho smesso di rispondere. Ho sentito L. che leggeva un libro di filastrocche. Non ho una percezione temporale esatta. So che ogni tanto coglievo aspetti di ciò che succedeva. Sentivo questa voce cantilenante e ho visto Artù assorto e tranquillo. Le filastrocche mi hanno aiutata almeno quanto il tamburo e sono anche felice che Artù abbia scelto di farsi leggere quelle. Sono poesie sulla nascita; vuol dire che era dentro all’evento e non lo fuggiva. A me, a parte il suono della voce, aiutavano le parole; sentire “Ecco il mondo bambino, ecco il bambino mondo” o “bella la mamma vista da fuori” mi aiutava a focalizzare il termine ultimo del dolore che stavo provando e mentalmente mi connettevo col mio bambino anziché concentrarmi sul dolore. Poi è arrivato il momento in cui Artù ha deciso che non voleva assistere oltre e si è addormentato. Contemporaneamente io ho sentito il bisogno di rientrare nella piscina che nel frattempo aveva guadagnato qualche grado centigrado.
Iniziavo a chiedermi quanto sarebbe durato. Ero stanca e mi sembrava che il tempo non passasse. Mi rispondevo da sola (tutto nella mia capa) che quando ti sembra di non farcela più vuol dire che sei quasi alla fine.
Mi sono abbandonata con la testa sul bordo della piscina pancia sotto e ho goduto del fatto che dovunque mi appoggiassi era tutto morbido. Non so le piscine per il parto in ospedale come sono. La mia è una piscina gonfiabile e ho provato una doppia sensazione di assenza di gravità e di sforzo, grazie all’acqua e grazie alla morbidezza. A. era seduto sulla poltrona vicino al bordo e mi sussurrava cose del tipo “apri” “scivola” e raccontava di balene nell’oceano e poi parole che non avevano un senso compiuto, solo un susseguirsi di suoni dolci e fluidi che io seguivo ipnotizzata. È stato come fare l'amore. Così come è stato concepito, questo bimbo, nello stesso modo viene alla luce. Non saremmo stati così disinibiti in presenza di un'ostetrica. Seguendo il flusso visualizzavo i miei muscoli che si rilassavano. Nonostante questo mi sentivo chiusa. Avevo la percezione che fosse ora di sentire la testa ma quando arrivava una contrazione affiorava dentro di me un “Non voglio” che ho impiegato un po’ a smascherare. Mi aprivo fino a un certo punto poi scattava qualcosa che mi irrigidiva. Ho avuto un lampo di pensieri “cattivi” tipo “e se c’è qualcosa che gli impedisce di uscire? Nessuno di noi tre ha la competenza di capirlo. Se ci fosse O. (l’ostetrica con cui ho partorito Artù) me lo saprebbe dire” e subito mi sono censurata “io lo so meglio di tutti che tutto va bene”; “voglio tornare indietro, non voglio affrontare questa prova” e subito “l’unico modo per uscirne è andare avanti con tranquillità”. Ho capito che il mio corpo aveva memorizzato il dolore che provai nel parto precedente quando mi lacerai e quello mi inibiva. Ho cominciato a massaggiarmi il perineo e “compatirmi”, non so come spiegarlo, a pensare di volermi bene, a rassicurarmi, tutto in modo molto corporeo e a quel punto ho sentito affiorare la testa fra le mani. Non l’ho sentita scendere, me la sono trovata lì e l’ho accarezzata pensando però che non sapevo come fare a farla passare tutta. Avevo anche lo stimolo di fare cacca e questo mi faceva chiudere. Ma è stato un attimo, ho pensato che l’unica cosa che potevo fare era andare avanti così mi sono lasciata andare. Ho sentito tutta la testolina in mano e l’ho accarezzata per un tempo che mi è sembrato lunghissimo. Poi le spalle e un’altra pausa. Tutto molto lento. Non posso non pensare a tutte quelle manovre che fanno, girare la testa, mettere il dito sotto l’ascella e tirare, per “aiutare a nascere i bambini”. Che follia. Non c’è bisogno di nessun aiuto e non c’è nessuna spinta. Vorrei sapere chi è stato il primo a dire a una donna “spingi”. Non c’è nulla da spingere; l’utero fa il suo lavoro con le contrazioni e tutto avviene spontaneamente con dei tempi che sono completamente diversi da quelli normalmente imposti. Le gambe erano ancora dentro quando A. si è sporto sul bordo e io ho avuto l’impressione che volesse intervenire. Così gli ho intimato di star fermo e il bimbo è uscito del tutto. Mi sono girata l’ho preso e poggiato sulla mia pancia. Lo guardavo e accarezzavo e intanto lui, con estrema competenza, pian pianino si è fatto strada fino alla tetta. Un breastcrawling da manuale! L’acqua iniziava a essere fredda così sono uscita per andare sul letto. Sensazione di onnipotenza e benessere totale. A quel punto mi sono ricordata di controllare se era maschio o femmina! Dopo pochi minuti ho partorito la placenta, l’abbiamo lavata e messa in una bacinella e poi siamo andati a nanna.
martedì 23 giugno 2009
Terra mia
domenica 3 maggio 2009
Il mio ventre

Sembrerebbe innegabile il legame della fecondità e della maternità con tutti i simboli della danza del ventre, ma molti autori e autrici contestano la tendenza – attribuita alla psicoanalisi – di ritrovare dappertutto il simbolo della fecondità, erchè la considerano qualcosa di poco pregevole o comunque riduttivo dell’esperienza femminile.
Invece penso che la fecondità alluda alla potenza del femminile, che è racchiusa nei semi, nelle idee creative e nella sessualità. Per questo nasconde una simbologia complessa, che accoglie diversi aspetti produttivi della femminilità, che attingono alla creatività, alla produttività dell’immaginazione, al mistero del corpo, alla magia della donna e all’offrire se stesse in qualsiasi campo si scelga di esprimersi nella vita.
Non cedo che i simboli della fertilità riducano il ruolo della donna a quello biologico, ma penso che, al contrario, sia solo la svalutazione del ruolo materno a farci considerare riduttivi i simboli della fecondità.
Quando i simboli di fertilità si riferiscono specificamente alla maternità, la portano ad alte vette, al punto da rendere questa esperienza comune a tutti gli esseri umani ( perché tutti siamo nati da una donna), il fulcro della intuizione religiosa della preistoria.
Come arte incentrata sull’aspetto creativo materno, la danza del ventre ci fa partecipi del mistero essenziale della vita, ed è ancorata al sentire matriarcale, quando la donna era venerata per molti aspetti, di cui primario era quello materno.Oggi la danza del ventre può aiutarci a valutare positivamente le nostre capacità procreative, aprirci all’esperienza della maternità. Penso che non sia un contributo da sottovalutare, perché – rimanendo nell’ambito dell’Italia, dove esiste una preoccupante crisi demografica che si va accentuando sempre più – fa pensare che per le donne la scelta di diventare madri sia più una rinuncia che un privilegio.
Nel nostro mondo, fertilità e maternità si presentano come argomenti ai margini della cultura e della identità femminile. Questa mancanza tende a manifestarsi negativamente nel corpo, sotto forma di sintomo: disturbi del ciclo mestruale, anoressia, sterilità idiomatiche, aborti multipli e gravidanze a tuti i costi.Sintomi che esprimono un profondo disagio e suggeriscono che deve essere recuperato l’equilibrio con la maternità.
La danza del ventre coltiva la femminilità in tutti i sui aspetti, a cominciare da quello materno, che è esternato in un corpo che possiede volume, profondità interiore e grazia.
Come mezzo simbolico, ci aiuta a far fronte alle paure che ispira a tante donne non tanto il parto in sé, ma soprattutto l’atto di trasformazione da ragazza a madre che avviene con il parto.
La danza comincia il suo approccio con il corpo, attraverso i simboli, che in fondo sono simboli di Vita e rigenerazione ancorati alla figura materna della Dea della Fertilità che dà nutrimento tanto fisico come creativo. Danzando la donna scopre nel suo corpo le fonti sacre della Vita, l’importanza spirituale della Vita.
Questa nuova consapevolezza del corpo, può accentuare la gratificazione che una donna ha nell’essere in grado di compiere il massimo grado di creatività naturale diventando madre, o esaltare le sue qualità creative, la sua feconda fantasia, in altri ambiti in cui scelga di applicarsi.
Quando una donna sogna un figlio con timore, la danza del ventre la può aiutare a scoprire il valore della maternità, non come un ruolo prestabilito dal suo genere, un qualcosa che ‘tutte possono fare’, dove è implicita una svalutazione della procreazione, ma un invito a viverla come una scelta personale, un privilegio della sua femminilità, del quale può essere orgogliosa e da cui può trarre grande gratificazione spirituale.Deve lottare per una definizione positiva della sua maternità, perché la realizzazione del suo ruolo di madre la può mettere in una situazione di svantaggio in altre sfere della sua vita, in particolare sul lavoro. Stando in contatto con la propria femminilità, con il “principio femminile” del mondo, il giusto equilibrio lo troverà, perché conoscendo se stessa sarà in grado di capire meglio come gestire il suo tempo, per distribuire con giudizio le proprie energie.
Maria Strova - Il linguaggio segreto della danza del ventre - MacroEdizioni
giovedì 23 aprile 2009
Dare latte
martedì 3 marzo 2009
Slow Maternity
Da 'The mother" n.32
Il movimento slow ha guadagnato molte adesioni recentemente, dato che molte persone trovano che la pace della vita moderna non è portatrice di buona salute.Abbiamo assistito alla nascita delle Slow Cities, Slow Food, Sloow Working così io voglio riflettere sulla Slow Maternity.
Una Madre Lenta – per molte persone questo è da leggere come una madre pigra.E questa è sicuramente una delle figure maggiormente ingiuriate dalla moderna cultura dei tabloid.Quanti titoli (e quante iniziative del governo)annunciano piani per ‘far tornare le madri al lavoro!’o denunciano le madri che usufruiscono dei benefici di legge.
Queste persone sembrano dimenticare che esse hanno già un lavoro-essere madri dei loro bambini.
Perché la nostra cultura è così ossessionata nel forzare i genitori a fare due lavori-uno pagato fuori casa e uno non pagato in casa-senza supporto e quindi facendo nessuno dei due bene?
Ho la sensazione che il femminismo ha reso agli uomini e alle donne un grande disservizio nell’area della gravidanza e della maternità. Nel tentativo di liberare le donne dalla necessità di procreare all’infinito, l’ha inavvertitamente degradate davanti all’occhio pubblico.Se le donne non vogliono fare ciò che solo una donna può fare, allora deve veramente non valere la pena!E dunque, io dichiaro che questo è il momento di reclamare la natura essenzialmente lenta della maternità.
Quando rimasi incinta del mio bimbo più grande, mi aspettavo, e lo desideravo molto, di essere viziata: trattamenti speciali, sonnellini pomeridiani, cioccolatini.Invece, ciò che ottenni fu la pressione di non cedere a questo genere di desideri,e mi fu detto di procedere come se non mi stesse succedendo nulla.Molte persone non osavano trattarmi differentemente, poiché temevano di passare per ‘politicamente scorretti’.Le riviste femminili erano piene di donne che dichiaravano ‘di essere incinte non inferme’e completamente intenzionate ad andare avanti a lavorare/fare le pendolari/fare jogging/scalare montagne. Io ero inorridita; non vedevano di cadere preda della propaganda capitalista, e stavano negando a loro stesse il rilassamento che meritavano per questo momento speciale?Riuscivano almeno a vedere che si trattava di un momento speciale?
In questo caso tutte le pari opportunità che mi erano date erano di ricevere le stesse pressioni per essere schiavizzati come tutti gli altri, nonostante stessi attraversando l’ esperienza più estenuante fisicamente e caotica emozionalmente che mi fosse mai capitato di affrontare.Per quanto mi riguardava, ero già duramente al lavoro nel costruire un’intera nuova persona da zero.Come si potevano aspettare che arrivassi anche in orario in ufficio ?
Di fatto, tutti si aspettavano che arrivassi in orario in ufficio.In effetti, generalmente ci si aspettava che io considerassi il mio lavoro più importante della mia gravidanza.Dal mio punto di vista, c’era un enorme errore di priorità erronee.Io stavo crescendo una persona; questo era l’unico momento in cui io sarei stata impegnata a crescere quella particolare persona.Ovviamente, stare stesa sul divano accarezzandomi il ventre, e percepirne i colpetti, era la mia principale attività.Mettere a posto un archivio certo non poteva competere.
Ci fu sgomento quando presi il mio congedo di maternità cinque settimane prima della data prevista.Che cosa mai avrei trovato da fare? Perchè non lavoravo fino al parto? […]
Avevo bisogno di contemplazione, di prepararmi mentalmente ed emozionalmente al più grande sconvolgimento capitato nella mia vita finora.Dovevo entrare in comunione col bambino prima che affrontassimo insieme il terribile lavoro del parto.Dovevo riposare.
Dopo il parto fui nuovamente scioccata dall’attitudine che si aspettavano da me che prendessi. “Ho appena partorito” spiegavo con pazienza. “Non scendo dal letto oggi”.Nelle culture più sensibili vi sono dei periodi in cui una neomamma è strettamente tenuta a riposo, fino a quaranta giorni.Sfortunatamente, la nostra non è una cultura sensibile e immediatamente ha inizio la pressione sulle madri perché ‘tornino normali’.Ma la gente non capisce?Normale non esiste con un bambino,e neanche dovrebbe.Questo periodo dovrebbe essere la Luna di Bimbo, un incanto per la nuova famiglia, occupata solo nella cosa più importante: amarsi l’un l’altro.[…]
Invece ci si dice di metter giù il bambino così da poter fare altre cose, dare la bambino il biberon così tu puoi fare una pausa.Ma scherzano!?Come ogni genitore può confermare, il momento in cui apprezzi di più tuo figlio è quando dorme e chiunque non abbia dato valore a questi magici momenti in cui si sta stesi nel letto, il neonato tra le braccia, ha perso una delle esperienza più magiche che l’essere genitori offre.
Allattare al seno è l’ultimo baluardo delle attività ‘slow’.Ti devi sedere in una poltrona comoda, circondata da morbidi cuscini,tazza di tè in una mano, scatola di cioccolatini in prossimità, il tuo meravigliosamente profumato bimbo al sicuro e al caldo tra le tue braccia, per ore ogni volta.Okay lo devi fare anche di notte, ma come strada per evitarti legittimamente i lavori di casa, fare il tè o addirittura uscire di casa è al mattino, è assolutamente la scelta vincente.
Ovviamente la società disapprova questo tempo così trascorso.Inizialmente, pensavo fosse a causa delle identificazione, presente nella nostra cultura, del seno come oggetto sessuale.Ma poi ho realizzato che è anche a causa del fatto che l’allattamento al seno richiede tempo: tempo trascorso cibando,nutrendo e godendoti il tuo bambino; tempo durante il quale dovresti mettere tuo figlio in un asilo e tornare al lavoro!
Il congedo per maternità, passo vitale verso ciò che può realmente offrire pari opportunità all’uomo e alla donna nella sfera familiare, rinforza l’idea che avere un bambino altro non è che una breve interruzione in quello che è il compito principale- lavorare per vivere.[…]
Come ogni Genitore Lento sa, la cosa più importante è la famiglia e il lavoro non è altro che uno sfondo più o meno piacevole per pagare l’affitto.I Genitori Lenti di fatto combattono l’uno contro l’altro per chi deve essere quello che sta a casa.
I bimbi sono naturalmente oziosi.Lasciamo che siano loro a condurci e il tempo scivolerà in un movimento lento.Essi vivono puramente il presente, non sanno dire che ore sono, sono costituzionalmente incapaci di andare di fretta, specialmente se tu sei in ritardo per un appuntamento.
E invece, nel ventunesimo secolo, andiamo di fretta più che mai- impacchettando i loro giorni con attività senza significato, e spingendoli a crescere troppo in fretta.E mentre i miei figli crescono, la principale domanda sulle labbra della gente che incontriamo è ‘quando tornerai al lavoro?’.I miei bambini sono il mio lavoro, non perché io sia stata forzata a sfacchinare con i lavori domestici da una rigida divisione di ruoli basata sul genere, ma per scelta.La società odia questo, risentendosi anche dei magri assegni familiari che mi paga lo stato[chi scrive non risiede in italia,qui non c’è nulla del genere per quanto magro…n.d.t.] per svolgere il mio dovere civico di tirar su con responsabilità la futura generazione.
Non può trattarsi di ‘vero lavoro’ perché mi piace:perché il mio lavoro comprende picnic in giardino , guardare laPimpa, costruire complicati rifugi dietro il divano.Il mio lavoro coinvolge piccole creature che amo e un mondo domestico lontano dalle insignificanti fatiche lavorative.Crescere dei bambini, come sai ogni genitore, può essere difficile e può esaurire, ma è anche più soddisfacente e divertente di un qualsiasi lavoro pagato. E se c’è una cosa che fa inorridire la nostra cultura del lavoro è divertirsi.E così la battaglia continua per prosciugare via tutta la lentezza dalla maternità.E’ giunto il tempo per le madri di reclamare quel divano, quella scatola di cioccolatini, e quella tazza di tè leggendo ‘the gruffalo’ (?n.d.t) per la quattordicesima volta. Tirate su i piedi e divertitevi!
Autrice Liz Pilley
domenica 22 febbraio 2009
Che banda!

Rispondo quasi ogni giorno a pressanti domande,poste da chiunque, anche dal salumiere che molto probabilmente non brilla di cooperazione nelle scelte educative dei suoi figli(quel salumiere…non i salumieri…), sul perché non mando mio figlio all’asilo.
E quasi ogni settimana rispondo (o cerco di difendermi glissando)a interrogatori ancor più pressanti , posti questi dai quei pochi a cui ho avuto la sventurata idea di dire di questa mia folle convinzione, sul perché non voglio mandare mio figlio a scuola dopo.
L’argomento principe è:ma un bambino ha bisogno di socializzare.Non voglio dilungarmi qui in elucubrazioni dotte su cosa vogliamo intendere per socializzare (essere costretti 5 ore al giorno seduti in un banco a fianco di uno o una che nella maggior parti dei casi non ha nulla a che vedere con te, essendo cazziato alla minima parola che scambi?).
Non mi dilungo ho promesso.
Voglio solo raccontare i fatti miei.
Perché oggi sono molto felice. Abbiamo passato una giornata meravigliosa.Carnevale di Scampia, organizzato dal Gridas.
Dopo la sfilata e la sosta al campo Rom Artù era stanco, voleva andare a casa...e mentre aspettavamo che arrivassero tutti per iniziare a mangiare, io, contro i miei principi non interventisti, gli suggerivo ammiccante la presenza di altri bambini e bambine.
Non so cosa vuol dire socializzare ma so di cosa ha bisogno mio figlio che i bambini non se li è cacati di striscio ma ha in ordine:
-rimorchiato chiunque avesse un pezzo di pizza in mano;
-fatto mille effusioni ai nostri meraviglioso amici Tosimo e Giange (parole di Artù);
-ballato estasiato alla musica della Titubanda (come non rimanere estasiati);
-fatto amicizia con le belle e simpatiche componenti della Malamurga (la musica è musica...ma è omm' e un po' il fariniello lo fa...);
-provato un qualsiasi strumento lasciato non accudito (con estremo rispetto e delicatezza)e anche alcuni in mano a suonatori contenti della sua passione;
-pianto quando era ora di andare via.
Il tutto in piena autonomia e a debita distanza da me.Questo per rispondere a chi dice che allattarlo ancora al seno,portarlo in fascia, farlo dormire nel lettone fà di lui un essere dipendente e mammone.
Non che in altre occasioni non gradisca la compagnia di coetanei (poche volte per ora e se non c'è di meglio da fare)ma mi piace sapere che sia lui a scegliere se,come e quando.
E mi piace che viva la nostra vita con noi e non una riproduzione finta della vita in cui qualcuno (che di certo non è il bambino) decide cosa è giusto che si faccia si dica si pensi.
Non mi dovevo dilungare.
Oggi eravamo felici. Non possiamo esserlo ogni giorno,facendo ciò che più ci aggrada, senza aspettare il dì di festa?
martedì 20 gennaio 2009
Nella pancia della mamma

Isola
sabato 10 gennaio 2009
Ascoltarsi
mercoledì 7 gennaio 2009
ci proviamo...

...a ricostruire una rete solidale? ora si chiamano gruppi di auto e mutuo aiuo...prima semplicemente accadeva.




